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Giuseppe Morabito ” u Tiradrittu ” – Capo della ’Ndrangheta

Africo, piccolo paese sulle pendici dell’Aspromonte, negli anni 50 del secolo scorso appariva come intrappolato tra la roccia e il mare. L’alluvione del 1951 distrusse il vecchio borgo di montagna e costrinse gli abitanti a scendere verso la costa, dove in tutta fretta venne costruito un un nuovo insediamento.

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La povertà del dopoguerra era quasi tangibile. centinaia di disoccupati, famiglie che vivevano di agricoltura, di lavori saltuari o di modeste pensioni di invalidità. In un simile contesto, le famiglie che possedevano anche il minimo potere, come i Morabito, i Palamara e i bruzzaniti, divennero centri decisivi di controllo.

Queste endrine, cellule familiari dell’andrangheta, erano più che semplici clan, erano strutture che determinavano il destino dell’intera comunità. In una realtà del genere, il 15 agosto del 1934 nacque Giuseppe Morabitu. Il soprannome Uiradrittu, colui che spara dritto, lo portava come un’eredità familiare, poiché si diceva che già suo padre avesse la stessa reputazione.

Africo lo formò come un luogo in cui il valore non si misurava con l’istruzione, ma con l’abilità di arrangiarsi, il coraggio e la capacità di sopravvivere. A 20 anni Morabito era già sotto l’attento sguardo degli anziani dell’andrangheta. Era rapido, deciso e temerario, pur privo di un’istruzione formale.

Ma in un mondo in cui l’intelligenza significava saper leggere gli uomini, valutare le situazioni e prendere decisioni istintive, questo non rappresentava un limite. L’ingresso nell’andrangheta seguiva regole rigorose prima di diventare parte di quella che veniva chiamata onorata società. Bisognava attraversare la fase di contrasto, una sorta di candidatura sotto osservazione.

Sette affiliati dovevano garantire per te e uno offriva una garanzia personale, la propria vita, nel caso il novizio si rivelasse indegno. Così il giovane Giuseppe, dopo un periodo di osservazione e di incarichi volti a testarne lealtà e capacità, entrò nella sua andrina familiare e divenne picciotto, il gradino più basso, ma fondamentale della gerarchia.

Il suo primo serio contatto con la giustizia risale al 1952. Fu accusato di occupazione abusiva di proprietà, danneggiamento di edifici, detenzione illegale di armi e lesioni personali. Per altri sarebbe stato un ostacolo. Nel mondo dell’andrangheta invece era un segno di audacia e di disponibilità allo scontro.

Tra gli affiliati più anziani, Morabito veniva già allora considerato un giovane che comprendeva le regole e che avrebbe saputo costruire potere quando fosse arrivato il momento. Negli anni 50 e 60 l’andrangheta non era più confinata ai suoi villaggi montani. L’agricoltura, l’edilizia e i primi grandi affari portarono denaro, ma anche conflitti.

In quel periodo Africo e i territori circostanti divennero un campo di battaglia per la supremazia tra lendrine. Famiglie più ricche come i piromalli di Gioia Tauro e i tripodo di Reggio dettavano il ritmo, mentre la figura più influente era don Antonio Macrì, noto come Uzzintoni, uomo con legami persino negli Stati Uniti, in Canada e in Australia.

Era un sostenitore della vecchia scuola. Niente sequestri e niente droga, ma il mondo stava cambiando e i giovani capi che emergevano avevano una visione diversa. In quegli anni Morabito cresceva all’interno della struttura, non si distingueva ancora come leader, ma era presente ovunque si prendessero decisioni.

Imparava le regole e individuava le debolezze di chi credeva di restare al comando per sempre. Il suo nome compare per la prima volta in modo rilevante nei fascicoli di polizia nel 1967 quando venne accusato di essere l’organizzatore della strage di Locri, uno degli scontri più drammatici di quell’epoca.

Tre rivali furono uccisi alle prime luci dell’alba al mercato, tra cui uomini vicini a Mac. Le prove non furono mai sufficienti e Morabito venne assolto nel 1971, ma da quel momento la sua reputazione non fu più la stessa, stava entrando nel grande mondo del crimine e la Calabria proprio allora cominciava ad affacciarsi alla sua epoca più turbolenta.

Mentre negli anni 70 l’andrangheta cambiava volto, la Calabria fu scossa da un evento destinato a ridisegnare sia la mappa politica sia quella criminale della regione. Fu la rivolta di Reggio, una rivolta che, sebbene all’apparenza legata una decisione amministrativa, divenne rapidamente una storia molto più profonda di identità, povertà, marginalizzazione del Sud e interessi occulti dei gruppi criminali.

Tutto ebbe inizio nel luglio del 1970 quando venne annunciato che Catanzaro, una città più piccola, con quasi la metà degli abitanti di Reggio, sarebbe diventata il capoluogo amministrativo della Calabria. La decisione provocò una rabbia enorme. A Reggio fu vissuta come un’umiliazione politica, il risultato delle manovre di potenti esponenti di altre aree della regione.

La città era da tempo economicamente trascurata. Mentre progetti e investimenti aggiravano sistematicamente il Sud, la scelta del capoluogo divenne il simbolo di un malcontento profondo accumulato negli anni. Il 14 luglio esplose la prima grande protesta e 5inque giorni dopo la città appariva come una zona di guerra.

Un uomo perse la vita e numerosi agenti di polizia rimasero feriti. Il governo italiano inviò 5.000 tra poliziotti e carabinieri per ristabilire l’ordine, mentre alla televisione di Stato Rai fu imposto di non riferire sugli scontri per evitare che la rivolta si estendesse e raccogliesse consensi in tutto il paese. Eppure la protesta continuò a crescere.

Per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale le principali arterie di comunicazione italiane furono paralizzate. La linea ferroviaria nord- sud venne interrotta, l’autostrada del sole chiusa e il porto di Reggio bloccato a tal punto che centinaia di camion e vagoni rimasero fermi sul lato siciliano dello stretto.

L’economia dell’intera Italia ne risentì. Fu il momento in cui una rivolta spontanea dei cittadini si trasformò in qualcosa di più organizzato, più profondo e più pericoloso. La mafia lo comprese immediatamente, in particolare Ide Stefano, un’andrina giovane e ambiziosa di Reggio che nelle proteste vide l’occasione per rafforzare la propria influenza politica e sociale.

Era chiaro che la rivolta non si sarebbe fermata e che chiunque fosse riuscito a controllarla avrebbe ottenuto un potere reale. In quel frangente iniziò il graduale subentro nei cortei di gruppi neofascisti vicini al movimento MSI con la silenziosa protezione di settori dell’andrangheta. Giuseppe Morabito non fu un organizzatore diretto della rivolta, ma ne fu profondamente segnato.

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