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Cinque amici scompaiono a Bergamo nel 2004 — Otto anni dopo la polizia trova l’auto nel bosco

Cinque amici scompaiono a Bergamo nel 2004. 8 anni dopo la polizia trova l’auto nel bosco. Era la notte del 16 ottobre 2004 quando cinque ragazzi scomparvero senza lasciare traccia dopo una serata che doveva essere di festa. Nessuno avrebbe potuto immaginare che quel compleanno celebrato con semplicità tra amici a Bergamo, sarebbe diventato l’inizio di un mistero che avrebbe tormentato le loro famiglie per otto lunghi anni.

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Nessuno li vide più tornare. Nessuna chiamata, nessuna spiegazione, solo silenzio. Un silenzio che si fece sempre più pesante con il passare dei giorni. 8 anni dopo la polizia trovò qualcosa in un bosco sperduto delle Alpior Robie. Era un’auto e dentro quell’auto c’erano risposte che nessuno era pronto ad affrontare. Io sono Tony e questo è il canale Gli scomparsi d’Italia.

Se storie come questa vi toccano nel profondo, iscrivetevi al canale e attivate la campanella. Quella che ascolterete oggi è una storia romanzata, un racconto, ma affonda le sue radici in emozioni vere ispirate a storie che purtroppo molti hanno vissuto nella realtà. È un omaggio alla memoria, al dolore e alla speranza che non muore mai.

Tutto cominciò nel cuore dell’autunno bergamasco. L’aria era umida e il cielo limpido annunciava l’arrivo del primo freddo serio. In città le giornate si accorciavano, ma nei bar e nelle piazze i giovani continuavano a ritrovarsi, soprattutto nei weekend. Quella sera cinque amici, Luca Moretti, Davide Rinaldi, Marco Bellini, Alessio Conti e Giulio Ferri avevano deciso di uscire insieme per festeggiare il 20eso compleanno di Giulio, il più giovane del gruppo.

Erano studenti universitari, cresciuti tra Bergamo e i piccoli comuni della provincia, figli di famiglie semplici, lavoratrici che con sacrificio li avevano sostenuti negli studi. Si erano conosciuti all’Istituto Politecnico della Città e da subito tra loro si era creata un’intesa profonda. Giulio era figlio unico di due insegnanti elementari.

Sognava di diventare ingegnere civile e lavorare a progetti per la sicurezza delle scuole. Luca, il più grande, studiava ingegneria industriale ed era considerato da tutti il capo del gruppo, riflessivo e protettivo. Davide era il sorriso del gruppo, sempre pronto alla battuta. Marco, più silenzioso ma brillante, studiava informatica e combatteva ogni giorno con una gastrite cronica che spesso lo costringeva a prendersi delle pause.

Alessio, infine, aveva un talento particolare per il disegno e frequentava la facoltà di architettura. sognava di ridisegnare le periferie italiane. Quella sera si erano ritrovati a casa di Davide per decidere dove andare. La madre di Davide aveva preparato una torta semplice con le mele del giardino e li aveva salutati con un sorriso, raccomandandosi che non facessero tardi.

Luca era riuscito a farsi prestare l’auto del padre, un vecchio Fiat blu con qualche graffio sulla portiera, ma ancora perfettamente funzionante. Il patto era chiaro. Doveva riportarla entro le 2:00 di notte. Alle 18:30 erano già seduti in una trattoria in centro da Silvano, un locale piccolo ma molto frequentato dagli studenti.

Ordinarono piatti tradizionali: casoncelli, brasato, polenta taragna. Si raccontavano aneddoti, ridevano, parlavano degli esami, del futuro delle ragazze. Giulio, seduto al centro sembrava il più felice di tutti. Aveva ricevuto il regalo da Alessio una caricatura disegnata a mano e da Marco una piccola macchina fotografica usa e getta per immortalare la serata.

Dopo cena uscirono a fare due passi tra le vie del centro storico, scattando qualche foto sotto i portici e davanti alla fontana di Piazzavecchia. Poi verso le 21:30 decisero di concludere la serata con una birra al bar dei ragazzi, un locale informale frequentato da universitari e operai fuori turno. Presero posto in un angolo tranquillo e rimasero lì fino alle 23:15 circa.

Il proprietario del locale, un uomo di mezza età di nome Tullio, avrebbe raccontato più tardi che i cinque erano tranquilli, allegri e non avevano avuto contatti sospetti con nessuno. Poco prima di uscire, Luca aveva chiesto al barista indicazioni per raggiungere un punto panoramico, il monte di Nese da cui si poteva vedere tutta la città illuminata.

Tullio spiegò che bisognava seguire la provinciale per Alzano, poi deviare in una strada secondaria che saliva tra i boschi. Ma attenti, quella strada è stretta e piena di curve. E col buio, meglio non fidarsi troppo, avrebbe detto. Uscirono dal bar alle 23:30. Ultima tappa, il distributore su viale Giulio Cesare.

Il benzinaio ricordava perfettamente la scena. Luca alla guida, Marco seduto davanti con la testa appoggiata al finestrino, gli altri tre dietro ancora ridendo. Fecero il pieno con €20, comprarono una bottiglietta d’acqua e poi si rimisero in marcia, diretti verso quella strada che si arrampicava tra le montagne, immersi nella notte.

Fu l’ultima volta che qualcuno li vide vivi. La mattina seguente il padre di Luca si alzò presto per andare lavoro e notò che l’auto non era tornata. Pensò che il figlio l’avesse parcheggiata fuori per non fare rumore, ma quando salì in camera trovò il letto intatto. Lo stesso accadde nelle case degli altri quattro ragazzi. Nessuno era tornato, nessuno aveva telefonato.

Alle 10:00 del mattino i genitori erano già in contatto tra loro. Alle 11:30 si ritrovarono davanti alla caserma dei Carabinieri di Bergamo. Il comandante di turno li ascoltò con attenzione. All’inizio provò a rassicurarli, forse avevano deciso di dormire tutti insieme, magari in una casa in montagna. Ma nel pomeriggio, dopo aver parlato con testimoni e visitato i luoghi della serata, comprese che qualcosa non andava.

Venne aperta un’indagine. Fu l’inizio di un incubo che avrebbe risucchiato cinque famiglie in un dolore senza nome e per 8 anni di quei ragazzi non ci sarebbe stato più nessun segno, solo assenza, solo domande senza risposta. Ma poi un giorno di marzo del 2012 qualcosa affiorò in un bosco silenzioso e da quel momento niente fu.

Il ritrovamento avvenne quasi per caso. Era il 15 marzo 2012, una mattina fresca e luminosa sulle pendici delle Alpior Robie, quando una squadra forestale incaricata di un progetto di riforestazione si addentrò in una zona poco battuta del versante nord. Il gruppo, composto da operai e tecnici stava ripulendo un’area dove la vegetazione era cresciuta in maniera disordinata a causa di un incendio avvenuto due anni prima.

Tra alberi abbattuti, ceppi carbonizzati e sottobosco in colto, il lavoro procedeva lentamente. Nessuno avrebbe immaginato che sotto quegli arbusti si nascondesse una verità rimasta sepolta per 8 anni. Fu un uomo di nome Sergio Albinoni a notare qualcosa di strano. Mentre tagliava rami secchi con la motosega, colpì inavvertitamente una superficie dura, metallica.

si fermò, abbassò la visiera e iniziò a liberare l’area circostante con le mani. Presto gli si unirono altri due colleghi e in pochi minuti divenne chiaro che quella che spuntava dal terreno non era una roccia o un attrezzo agricolo abbandonato, ma la carrozzeria ossidata di un’automobile. Era un veicolo azzurro in pessime condizioni, coperto da anni di fango, foglie e radici.

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