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La caduta di Berlino vista dagli italiani: Resoconti inediti del 1945

Quando il Reich crollò nella primavera del 1945, migliaia di italiani si trovarono intrappolati nel cuore di una Germania in fiamme. Testimoni silenziosi della fine di un’alleanza che aveva trascinato la penisola in un abisso di sangue e divisione.  La storia che state per ascoltare non è quella raccontata dai vincitori, né quella scritta nei manuali che hanno relegato l’Italia a nota a piedi di pagina, ma è la storia vera di soldati, prigionieri, lavoratori forzati e volontari della Repubblica Sociale

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Italiana che vissero gli ultimi giorni del terzo Rich con la consapevolezza lacerante di appartenere a una nazione spezzata in due,  a un esercito frantumato. a un popolo che combatteva contro se stesso mentre l’Europa bruciava. Se siete stanchi di vedere la storia italiana della Seconda Guerra Mondiale ridotta a barzelletta, se credete che i nostri soldati meritino la stessa dignità riconosciuta a tutti gli altri combattenti, questo canale è nato per voi.

Qui raccontiamo la verità sul regio esercito, sulla regia aeronautica, sulla regia marina e anche sulla tragedia della guerra civile che seguì l’armistizio. Iscrivetevi per non perdere nessuna delle storie che l’Europa ha dimenticato e che l’Italia non ha mai davvero voluto ricordare. 27 aprile 1945, periferia di Berlino, settore di Spandau.

Il tenente della Guardia Nazionale Repubblicana Marco Tessari, 26 anni, originario di Verona, si stringeva nel suo cappotto consunto, mentre i colpi d’artiglieria sovietica facevano tremare le macerie intorno a lui. Aveva attraversato mezza Europa con la divisione Italia della RSI. Aveva combattuto in Croazia contro i partigiani, era sopravvissuto al fronte orientale durante  un breve addestramento con le SS e ora si trovava lì, in una città che non era la sua, a difendere un regime che non era il suo, circondato da tedeschi che lo guardavano

con un misto di disprezzo e indifferenza. Accanto a lui altri 40 italiani della sua compagnia, ragazzi che avevano scelto di seguire Mussolini dopo l’8 settembre o che erano stati costretti a farlo dalla paura,  dall’ideologia o semplicemente dal caso. Tessari sapeva che la guerra era finita, che Berlino sarebbe caduta entro giorni, forse ore, ma sapeva anche che tornare in Italia significava affrontare un altro tipo di guerra, quella tra fratelli.

Per anni la storiografia mondiale ha ignorato la presenza italiana negli ultimi giorni del Reich, come se quegli uomini non fossero mai esistiti, come se la loro tragedia non meritasse nemmeno una menzione. I libri parlano delle SS straniere, dei volontari francesi, dei collaborazionisti scandinavi, ma degli italiani poco o nulla.

Eppure c’erano migliaia di loro sparsi in tutta la Germania. Alcuni volontari della RSI  che avevano seguito Mussolini fino alla fine, altri prigionieri del regio esercito catturati dopo l’armistizio e mai rimpatriati, costretti a lavorare nelle fabbriche, nei campi, nelle miniere. Altri ancora erano piloti della regia aeronautica che avevano continuato a volare con la Luft Vaffe, meccanici, traduttori, ufficiali di collegamento.

La loro storia è stata cancellata perché scomoda, perché ricorda una verità che nessuno vuole affrontare. L’Italia non fu solo vittima o alleata, fu una nazione divisa che combatt i fronti fino all’ultimo giorno di guerra. Ma quello che nessuno racconta è la realtà umana di quegli uomini, la loro consapevolezza lucida e dolorosa di  essere testimoni di una catastrofe che li riguardava direttamente.

Cessari e i suoi commilitoni sapevano che stavano combattendo per una causa perduta, ma sapevano anche che arrendersi ai sovietici significava rischiare la deportazione in Siberia, che tornare in Italia significava essere considerati traditori  da metà della popolazione. La loro lealtà non era più verso un regime o un’ideologia, ma verso i compagni accanto a loro, verso la sopravvivenza, verso la speranza disperata di rivedere le proprie case.

Erano uomini intrappolati tra due fuochi, tra due Italie, tra due destini. Le forze italiane presenti in Germania nella primavera del 45 non disponevano più di equipaggiamento proprio. I reparti della RSI che operavano sul territorio tedesco erano equipaggiati con armi tedesche. Fucili carabiner 98, mitragliatrici MG42, pistole Luger e Walter.

Alcuni reparti conservavano ancora i Carcano 91 e le Beretta 38 che avevano portato dall’Italia, ma le munizioni scarseggiavano. Gli ufficiali portavano divise miste, giacche italiane con mostrine tedesche, elmetti tedeschi modello 35 con fregi italiani dipinti a mano. Era un esercito fantasma, un’armata di ombre che non apparteneva più a nessuna nazione, equipaggiata con i resti di due mondi che stavano entrambi crollando.

I pochi carri armati italiani rimasti, alcuni semoventi 7518 e qualche M1542 sopravvissuto alla campagna di Russia erano stati abbandonati per mancanza di carburante o integrati in unità tedesche. I piloti italiani che ancora volavano con la LuftFF pilotavano Messersmith 109 e Fe Wolf 190, ma i loro aerei portavano ancora la coccarda tricolore accanto alla croce di ferro, un simbolo di un’identità che si rifiutavano di cancellare.

La storia di questa presenza italiana in Germania iniziò l’8 settembre 1943, quando l’armistizio, firmato dal governo Badoglio trasformò da un giorno all’altro gli italiani da alleati nemici agli occhi della Vermacht. In quel  momento circa 600.000 soldati del regio esercito si trovavano nei territori occupati dalla Germania, nei Balcani, in Francia, in Grecia, in Polonia e soprattutto in Germania stessa, dove migliaia di militari prestavano servizio come istruttori, osservatori, tecnici.

L’operazione Axe scattò immediatamente. Le truppe tedesche disarmarono le unità italiane, arrestarono gli ufficiali, deportarono i soldati. Ma non tutti accettarono di arrendersi. Alcune divisioni italiane combatterono contro i tedeschi. La divisione a qui a Cefalonia fu massacrata. Migliaia di soldati italiani furono fucilati in tutta Europa. Altri circa 600.

000 uomini furono deportati in Germania come internati militari. Una categoria inventata dai nazisti per evitare di applicare loro la convenzione di Ginevra. furono mandati a lavorare nelle fabbriche di armamenti, nelle miniere, nei campi agricoli, trattati peggio dei prigionieri di guerra, costretti a scegliere tra la fame e l’adesione alla RSI.

Molti resistettero,  rifiutando di collaborare, pagando con la vita o con anni di prigionia. Altri, per disperazione o convinzione, accettarono di arruolarsi nelle forze armate della Repubblica Sociale Italiana che Mussolini aveva proclamato nel Nord Italia sotto protezione tedesca. Questi uomini formarono le divisioni Italia, San Marco, Monterosa, Littorio che combatterono contro i partigiani italiani e negli ultimi mesi di guerra vennero inviate in Germania per essere addestrate o reimpiegate sul fronte orientale. La divisione Italia formata

nell’estate del 1944 in Germania con volontari della RSI e internati che avevano accettato di combattere, fu inviata a combattere in Croazia contro i partigiani di Tito. Lì gli italiani si trovarono in una guerra spietata, dove non esistevano linee del fronte, ma solo imboscate, rappresaglie, villaggi bruciati.

Il maggiore Giovanni Battista Casari, comandante del Terzo Battaglione, scrisse nel suo diario: “Combattiamo contro uomini che parlano come noi, che ci odiano per quello che siamo diventati”. I tedeschi ci trattano come ausiliari, i partigiani ci chiamano traditori. Siamo stranieri ovunque. La divisione Italia subì perdite pesanti, circa 2000 morti e feriti tra l’autunno del 44 e la primavera del 45.

Nel marzo del 45 i resti della divisione furono ritirati in Germania per essere riorganizzati, ma ormai la situazione era disperata. Molti soldati disertarono, altri si arresero alle truppe alleate. Alcuni continuarono a combattere fino alla fine. Accanto alla divisione Italia, altre formazioni italiane operavano in Germania.

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