Dicembre 1982, Trieste. Oliviero Drigani è un giovane magistrato che ha messo le mani su una complessa rete di transazioni irregolari che coinvolgono banche svizzere. Le pressioni su di lui sono molto forti sin da subito. Ma Drigani ha in mano un uomo chiave, si chiama Emilio Pellicani. È un amministratore veneto, ma soprattutto è il segretario di un faccendiere sardo che sta scalando i vertici del potere italiano: Flavio Carboni.
Il 4 dicembre per ragioni di sicurezza, il magistrato ordina che Pellicani venga blindato prima nella caserma dei Carabinieri e poi in quella della Guardia di Finanza. Pellicani si rende conto che il sistema per cui ha lavorato sta per collassare e decide che per salvarsi deve raccontare tutto. Sei giorni dopo, il 10 dicembre, prende carta e penna e inizia a scrivere.
Stende un memoriale di 53 pagine a cui ne aggiunge altre sette di supplemento. Nella caserma della Finanza di Trieste prende forma una mappa che descrive un pezzo di storia segreta d’Italia, ma c’è un motivo preciso per cui l’epicentro si trova proprio lì, sul confine nord orientale. Tra gli anni ’70 e ’80, per le società della galassia di Flavio Carboni, Trieste non è solo una città di frontiera, è un varco normativo strategico.
Lì lo statuto regionale e i secolari privilegi del Porto Franco non offrono solo vantaggi sulle merci, ma anche una solida riservatezza burocratica. È in questo limbo amministrativo che le holding del cemento sardo, come la celebre Prato Verde, stabiliscono il loro quartier generale nell’ombra. Ma Trieste è anche la porta verso l’est e proprio in questa zona di frontiera opera un’altra figura cruciale della famiglia: Andrea Carboni, fratello di Flavio e docente universitario.
Dietro quella cattedra ottenuta tra le polemiche accademiche si nasconde un ruolo che va ben oltre l’insegnamento. I documenti depositati svelano un incarico di altissimo livello affidato ad Andrea Carboni. Gestire per conto del Vaticano e in coordinamento con figure come Monsignor Pavel Hnilica e lo IOR di Paul Marcinkus, il trasferimento segreto di fondi verso la Polonia.
L’obiettivo è vitale per la geopolitica di Papa Wojtyła: finanziare Solidarność, il sindacato cattolico che sta facendo tremare il blocco sovietico. Quel meccanismo è studiato nei minimi dettagli. I capitali del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi confluiscono nelle società di Carboni a Trieste e da lì vengono spostati oltre la frontiera orientale in modo occulto.
Ma Trieste non era solo il fine, era anche lo snodo, quello di una cassaforte perfetta nel posto più lontano possibile. E così quella penna che ha iniziato a scrivere di Emilio Pellicani traccia connessioni che legano Flavio Carboni all’editore Caracciolo, a Giulio Andreotti, allo IOR e a Silvio Berlusconi. Berlusconi.
Quando gli atti d’inchiesta passano alle procure di Roma e Milano, il memoriale Pellicani viene blindato. Molte parti vengono coperte da segreto istruttorio e la sua potenza è tale che nemmeno la Commissione Parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2 riuscirà mai a entrare in possesso della versione integrale.

Ai parlamentari arriverà solo una copia mutilata da decine di Omissis, e per anni quel memoriale rimane una sorta di documento leggendario. Ma nella sua forma originale custodisce il peccato primo di un impero economico, spiega come il faccendiere sardo, partito vendendo lotti di terra affacciati sul mare, sia riuscito a mettere allo stesso tavolo i grandi costruttori del nord, i cardinali di Roma e gli uomini della Banda della Magliana.
La nostra storia inizia a Venezia nel dicembre del 1972. Nella hall dell’hotel Gritti, l’amministratore Emilio Pellicani si siede di fronte a un immobiliarista carismatico. Lui è Flavio Carboni. Ma Carboni non è un semplice immobiliarista. Ha già messo le mani su pezzi pregiati della costa toscana a Castiglioncello, ma il suo vero obiettivo è la sua terra d’origine. E attraverso società intestate a prestanome possiede già dei terreni a Santa Teresa di Gallura e a Porto Rotondo.
Ma non gli basta. A febbraio di quell’anno ha firmato un contratto enorme. Ha comprato 470 ettari di macchia mediterranea affacciata sul mare, nella zona di Porto Leccio. A venderli è stata la Calderugia, una misteriosa società svizzera con sede nel Cantone dei Grigioni. Il valore dell’operazione è di 1 miliardo e 100 milioni di lire.
Il problema è che Carboni ha anticipato solo 100 milioni. Il resto è un debito che conta di saldare a rate rivendendo i lotti. È un gioco d’azzardo fatto di cambiali e promesse e per restare a galla, nell’estate del ’73, Carboni cede il 40% della società a un finanziere italo svizzero dalle frequentazioni molto ambigue: Florent Ley Ravello, un uomo d’affari che di lì a poco finirà travolto dal gigantesco scandalo bancario Italcasse.
Ma Ravello è anche il passepartout che apre a Carboni i salotti buoni, e tramite lui nel business sardo entrano i nomi più illustri della finanza e della nobiltà italiana. A quel punto della situazione Carboni si sente onnipotente e addirittura per compiacere la Democrazia Cristiana compra anche un giornale, il “Tutto quotidiano”, accumulando ulteriori perdite per oltre 1 miliardo di lire.
Ma fa tutto questo pur di garantirsi l’appoggio politico regionale. Lavora su varianti al piano regolatore per costruire sull’appia antica a Roma, compra imbarcazioni di lusso di 20 metri, e ordina un motoscafo offshore d’altomare. Giustifica tutte queste spese con Pellicani chiamandole “pubbliche relazioni” dei mezzi necessari per ospitare deputati, ministri, questori e magistrati.
Ma quello stile di vita faraonico, unito ai suoi debiti insoluti, arrivano e presentano il conto. Nel 1975, quel castello di carta inizia a tremare. I protesti degli assegni piovono sulla scrivania di Pellicani e tutte le proprietà di Carboni vengono ipotecate o pignorate. Ed è lo svizzero Ravello che detta le condizioni più soffocanti per salvarlo dal fallimento.
Ma prima di scendere a patti, Carboni prova a mettere le mani sui fondi del cosiddetto “piano carni”. Sono 147 miliardi di lire stanziati dal Ministero dell’Industria e dalla Cassa del Mezzogiorno. Usa i suoi contatti politici per aggirare i controlli con l’appoggio di figure istituzionali, dirigenti di stato.
Ma quell’operazione fallisce e invece di arricchirsi brucia altri 200 milioni di lire. Così chiuso all’angolo, Flavio Carboni prende una decisione che cambierà per sempre la natura dei suoi affari. Entra in contatto con Danilo Sbarra, braccio destro di un noto strozzino romano e varca così la soglia del mondo di Domenico Balducci, detto Memmo, e di Ernesto Diotallevi.
Quei due non sono semplici usurai, sono figure apicali nell’orbita della Banda della Magliana, in particolare di quell’ala testaccina che risponde Enrico De Pedis, detto Renatino. Va sottolineato che la criminalità romana non ha solo il controllo del traffico di droga e delle estorsioni, ha un problema logistico.
Ci sono fiumi di denaro contante che devono essere riciclati e reinseriti nell’economia legale. E così complessi immobiliari di Carboni in Sardegna sono la lavatrice perfetta. È a quel punto che i boss romani aprono le casseforti, ma le condizioni sono una condanna a morte finanziaria. Pellicani nel suo memoriale lo mette nero su bianco: Il tasso d’interesse preteso dagli usurai della Banda della Magliana è del 10% al mese, per pagare gli interessi su quel debito criminale.
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Carboni è talmente stretto che deve cedere la proprietà di interi appezzamenti di terra tra la Sardegna e Castiglioncello. La banda della Magliana inizia lentamente a inghiottire i suoi terreni su cui in teoria dovrebbero sorgere quei resort per turisti. Ma tutto quello che fa il faccendiere non basta e per placare i creditori, Carboni continua a vendere decine di ettari di costa incontaminata.
Tra gli acquirenti c’è Pompeo Locatelli, un potente commercialista milanese noto alle cronache per la sua stretta amicizia con Bettino Craxi. Su quei terreni sardi appena ceduti, Locatelli ci costruirà una villa, ma quella non sarà una villa qualunque perché nell’estate del 1981, dopo lo scandalo P2, quelle stesse stanze diventeranno il rifugio in cui verrà ospitato per un periodo proprio Roberto Calvi.
Arrivati a questo punto della storia, Flavio Carboni capisce che deve isolare il patrimonio rimasto e mette a punto un piano tecnico. Crea dal nulla 12 società per azioni domiciliate nello studio di un professionista a Trieste. Lo chiama l’operazione delle 12 sorelle. Dentro queste scatole vuote intende far confluire i terreni che poi dovranno rientrare nel nuovo piano edilizio del Comune di Olbia.
Ma le scatole societarie non bastano a fermare i cravattari della banda della Magliana, e Carboni ha bisogno di qualcuno che abbia grandi capitali da investire. Quel qualcuno nel settembre del 1977 bussa alla sua porta. L’uomo incaricato di rilevare le quote si chiama Romano Comincioli. Lui è un ex capo della rete di venditori della “Edilnord” e amico d’infanzia di Silvio Berlusconi.
A Milano, Comincioli ha messo in piedi un’agenzia, la “generale commerciale”, dove collabora con una donna legata a un dirigente di vertice della Banca Rasini. Lo stesso istituto milanese in cui lavorava come procuratore il padre di Silvio Berlusconi. Il 9 settembre Comincioli rileva ufficialmente le quote di Ravello, lo fa in contanti e cambiali per oltre 1 miliardo e 800 milioni di lire.
Le società di Trieste, “Su Ratale”, “Prato Verde”, “Su Pinnone” passano sotto il controllo lombardo. Ma l’operazione nasconde un’anomalia pesante. Rilevando quelle quote inquinate, l’uomo di Milano si trova carte alla mano in affari con un socio molto ingombrante. Domenico Balducci, detto Memmo, è proprietario del 15% di una di quelle società.
E così i capitali dell’edilizia milanese si sovrappongono sul tavolo di un notaio ai soldi della banda della Magliana. Ma gli affari corrono veloci e il gruppo di Berlusconi capisce che la Sardegna è una miniera d’oro. Così Flavio Carboni, ripulito dai debiti urgenti, diventa il fissatore locale. Conosce i sindaci, parla con la regione, prepara le carte per le lottizzazioni.
Nel marzo del 1980 la trattativa esce dall’ombra dei prestanome. Al Grand Hotel di Roma si tiene il vertice che sancisce l’alleanza. A quel tavolo si gettano le basi di un affare gigantesco, il progetto Olbia 2. Pochi giorni dopo, alla fine di marzo, la delegazione lombarda sbarca in Gallura per ispezionare le terre promesse.
A camminare nella macchia mediterranea ci sono architetti, commercialisti, ma ci sono anche Romano Comincioli, Fedele Confalonieri e il capo in persona, Silvio Berlusconi. Così da quel marzo ’80 fino a luglio ’81 un fiume di denaro inonda alla Sardegna. Il Memoriale di Emilio Pellicani censisce finanziamenti da Milano per l’acquisizione di terreni: Stiamo parlando di 21 miliardi di lire.
Quei soldi servono a Carboni per espandersi, ma soprattutto per tenere a bada quelli della Magliana. C’è però un’operazione che sfugge a ogni controllo legale. Per sviluppare “Olbia 2”, Carboni deve rilevare le azioni di una società offshore basata a Vaduz, nel Liechtenstein, si chiama “Nova Nuraghe”. A gestirla è un uomo della finanza svizzera, Walter Feughtwanger, e il prezzo pattuito è 1 miliardo e 800 milioni di lire.
Ma c’è una condizione. Per evitare l’imposta italiana sulle plusvalenze (l’Invim), Feughtwanger vuole che la gran parte di quella cifra venga pagata in nero, su conto estero. A Milano sanno esattamente a cosa vanno incontro, e durante una riunione a cui partecipano Comincioli e i capi contabili della Edilnord, si discute di come aggirare l’ufficio cambio italiano che deve autorizzare ogni uscita valutaria.
La decisione finale è spiegata da Pellicani: “I vertici milanesi, pur consapevoli della natura illecita dell’escamotage, forniscono a Carboni i fondi per chiudere l’accordo”. All’ufficio cambio italiano viene esibito un contratto fittizio di soli 400 milioni di lire e invece attraverso bonifici coperti dal segreto bancario svizzero passano altri 728 milioni di lire.
Il 13 aprile 1981 i terreni offshore della “Nova Nuraghe” vengono trasferiti alla “Avilla srl”, una società di proprietà di Silvio Berlusconi. Quell’impero di cemento sembra ormai inarrestabile, ma il connubio imprenditoriale tra Flavio Carboni e Silvio Berlusconi si blocca di fronte a una realtà spietata.
I soldi sono finiti. Il gruppo milanese è entrato in una fase di illiquidità spaventosa. Berlusconi sta giocando partite enormi su diversi tavoli. Le spese per la neonata canale 5 drenano risorse, le vendite immobiliari al nord sono stagnanti e l’acquisizione della finanziaria Bastogi richiede un esborso immediato di 50 miliardi, che deve farsi prestare dalla Banca Popolare di Novara.
Così i rubinetti per la Sardegna si chiudono e Milano smette di inviare miliardi. Per Carboni quella notizia è un incubo. Il faccendiere sardo si è di nuovo esposto con banche minori e deve coprire cambiali a vuoto ma soprattutto ha rimandato i pagamenti ai suoi creditori più pericolosi. Alla fine del settembre 81 Carboni è esposto per oltre 5 miliardi di lire con quelli della Banda della Magliana.
Cerca di tamponare firmando titoli di credito emessi dalla società milanese di Comincioli e prova a convincere Balducci e Testaccini vantando un credito di 7 miliardi di lire nei confronti di Berlusconi. Ma quelli della Magliana non aspettano la vendita dei resort e iniziano con i ricatti. Serve un’urgente fonte di liquidità e per trovarla Carboni mobilita tutti i suoi contatti.
Questa volta non chiama banchieri tradizionali né si rivolge alla criminalità organizzata, ma contatta direttamente i custodi dei segreti d’Italia. Parla col poliziotto colluso protettore di Memmo Balducci, contatta Francesco Pazienza, la superspia dei servizi e confidente di politici e prelati e soprattutto si rivolge al generale Giuseppe Santovito, capo del Sismi, il servizio segreto militare.
A questo livello i rapporti di potere si capovolgono. Non è solo Carboni a usare servizi segreti, ma è il generale Santo Vito stesso a proporre uno scambio di favori al faccendiere sardo. Il generale chiede a Flavio Carboni di usare i suoi contatti politici per fare pressioni su Ciriaco De Mita e Giovanni Spadolini.
Santo Vito vuole garantirsi la riconferma della poltrona al vertice del Sismi. E così forte di quei ricatti, Carboni parla con l’editore Carlo Caracciolo e chiede un’udienza ad Armando Corona che di lì a poco diventerà il Gran maestro del Grande Oriente d’Italia. Quella rete occulta individua la banca perfetta, il Banco Ambrosiano di Milano, con al vertice un uomo disperato quanto Carboni, ma per motivi diversi, Roberto Calvi.
In quella fase Calvi è sotto scacco. L’esplosione dello scandalo della Loggia P2 lo ha privato delle sue protezioni storiche, la magistratura gli sta dietro e la Banca d’Italia stringe sui conti dell’Ambrosiano. Calvi ha disperato bisogno di appoggi politici per uscirne pulito, ha i soldi dei correntisti e del Vaticano, ma non ha il potere per salvarsi.
Carboni invece ha il potere, ma non ha i soldi. Quell’incastro sembra perfetto, e nell’ottobre del 1981 Francesco Pazienza si presenta nell’appartamento romano di Carboni in via della Farnesina. Ha un messaggio chiaro: Il Banco Ambrosiano aprirà i forzieri a patto che l’Ambrosiano venga schermato attraverso prestanome, perché il presidente non può figurare nei prelievi.
Da quel momento iniziano a fluire un fiume di miliardi. Le società sarde di carboni destinate al fallimento rinascono miracolosamente. Pellicani stesso dichiarerà ai magistrati: “Si era trovato il benefattore disposto a finanziare”. Carboni diventa così il collegamento di Calvi per sciogliere il problema della Banca d’Italia.

I soldi del Banco e dello IOR guidato da Paul Marcinkus vengono convogliati nei bilanci occulti di Carboni. Il faccendiere sardo usa quel tesoro inatteso non solo per tappare i buchi con quelli della banda della Magliana, ma li usa anche per allargare le sue proprietà. Acquista il pacchetto di maggioranza di un altro quotidiano storico, “la Nuova Sardegna”, il megafono dell’isola.
E grazie ai soldi del Vaticano e del Banco si rilancia anche la grande alleanza con Milano e il legame tra Calvi e i vertici di Edilnord si fanno sempre più importanti. In un pomeriggio di dicembre, sotto il sole delle Bahamas, nella lussuosa villa di Roberto Calvi, è in corso una festa per il consiglio d’amministrazione, ma lì c’è anche il vescovo americano Paul Marcinkus.
E Roberto Calvi quando si stacca dal gruppo all’aria di uno che pensa di avercela fatta e prende anche sotto braccio il figlio Carlo, e gli sussurra all’orecchio: “Finanzieremo le attività televisive di Silvio Berlusconi”. Ma quell’illusione delle Bahamas svanisce presto, e tra debiti e regolamenti di conti nessuno può più fermare le condanne.
Il primo a cadere è Domenico Balducci, il cravattaro della Magliana, legato ai testaccini e soci in affari con le controllate di Milano. Il 16 ottobre 1981, mentre fa rientro nella lussuosa villa romana, viene freddato e con lui se ne va il principale esattore del debito occulto di Carboni. Ma l’evento che fa tremare la finanza mondiale arriva l’anno successivo.
Il banco ambrosiano viene schiacciato dal buco scavato da quelle società fantasma e Roberto Calvi si dà alla fuga. A scortarlo nel suo ultimo viaggio verso l’Inghilterra è proprio Flavio Carboni e sugli ultimi 7 giorni di vita di Roberto Calvi ho già fatto un video approfondito sul canale. Per quanto riguarda Emilio Pellicani, lui viene arrestato e subisce un’incriminazione per reati valutari, ma lui non ci sta a pagare per tutti.
Ed è proprio per quello che il 17 luglio ’84 prende la decisione di trascinare il sistema Milano in tribunale. Cita in giudizio Silvio Berlusconi sostenendo di aver acquistato i terreni della nuova Nuraghe in nero e di aver esportato illegalmente valuta su richiesta esclusiva e per conto del gruppo Edilnord.
Inoltre chiede la restituzione di 545 milioni anticipati e che Silvio Berlusconi si assuma pubblicamente la responsabilità legale e penale di quelle operazioni offshore. Nell’ottobre del 1988, Silvio Berlusconi davanti al giudice di Verona e poi ai magistrati milanesi dichiara sotto giuramento di non aver mai sentito nominare né la società svizzera Calderugia, né la Nuova Nuraghe e disconosce inoltre gli accordi sotto banco e le esportazioni illecite di valuta per la costa sarda.
Il 6 ottobre il giudice civile di Milano Diego Curtò emette la sentenza, respingendo le richieste di Emilio Pellicani. Secondo il tribunale non c’è prova sufficiente che Berlusconi abbia partecipato in prima persona all’evasione e alle trame di Carboni. Così Emilio Pellicani torna nell’ombra, il sostituto procuratore Drigani passa ad altri incarichi, mentre i faldoni del memoriale vengono divisi tra Roma e Milano, coperti dagli Omissis.
Eppure quelle società immobiliari e quei terreni in Sardegna, comprati coi soldi sporchi della banda della Magliana e passati per il Liechtenstein, non sono svaniti nel nulla. Sono scivolati nel silenzio, attraverso molti passaggi societari, all’interno di un nuovo contenitore nato negli anni ’70, la Fininvest.
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