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Minatori spariti a Carbonia nel 1962 — 50 anni dopo trovano una stanza sigillata nella miniera

Minatori spariti a Carbonia nel 1962, 50 anni dopo, trovano una stanza sigillata nella miniera. Nel 1962 12 minatori entrarono in una galleria della miniera di Bakuabis, a pochi chilometri da Carbonia, in Sardegna. Era una mattina come tante, una di quelle che iniziavano all’alba con il silenzio pesante della fatica e terminavano, se tutto andava bene, con il rumore metallico dei carrelli che risalivano pieni di carbone.

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Ma quel giorno nessuno vide più quei 12 uomini riemergere. Le autorità parlarono subito di un’esplosione di Grisù, una tragedia improvvisa che avrebbe fatto crollare parte della struttura, rendendo impossibili i soccorsi. Dopo appena tre giorni la miniera venne chiusa e sigillata. Nessun corpo fu mai recuperato, nessuna risposta soddisfacente fu mai data e con il tempo la vicenda scivolò nel silenzio, almeno fino a 50 anni dopo, quando un giovane carabiniere di nome Marco Piras trovò per caso un fascicolo impolverato nascosto tra vecchi archivi dimenticati

nel sottoscala del municipio. Io sono Tony e questo è il canale I scomparsi d’Italia. Se anche tu credi che storie come questa meritino di essere raccontate, ti invito ad iscriverti. Quello che stai per ascoltare è un romanzo, una novela, ma una storia liberamente ispirata a eventi e sentimenti reali su cosa succede quando la memoria viene sepolta da anni di silenzio e concretezza.

È una storia di sparizioni, dolore e verità che faticano a venire alla luce. Marco Piras aveva 27 anni ed era nato e cresciuto a Carbonia. Da bambino gli avevano raccontato che suo nonno Antonio Piras era morto di infarto quando lui aveva appena 2 anni. Nessuno in famiglia parlava mai di lui. Era un’assenza che alleggiava, ma che nessuno sembrava voler spiegare.

Fu solo nel 2012, mentre stava digitalizzando vecchi documenti municipali per un progetto di informatizzazione dell’archivio storico che trovò quel fascicolo. Era spesso ingiallito, sigillato con uno spago e sopra c’era scritto a penna con calligrafia incerta. Incidente miniera Bakuabis, aprile 1962. riservato.

Quella parola riservato bastò a fargli sentire un brivido lungo la schiena. Aprendolo trovò rapporti tecnici, relazioni dei vigili del fuoco e infine un elenco. 12 nomi e in mezzo a quei nomi Antonio Piras, 36 anni, operaio di terzo livello, turno mattutino del 23 aprile 1962. Marco sentì il cuore rallentare. Non poteva essere.

Suo nonno, quello di cui non si parlava mai, era nella lista delle vittime di un’esplosione in miniera. Ma allora perché la famiglia gli aveva sempre detto che era morto in casa per un malore? Perché quella menzogna la sera stessa tornò a casa e chiese spiegazioni al padre Salvatore. L’uomo, ormai in pensione esitò, provò a negare, poi si lasciò cadere pesantemente sulla sedia della cucina e si mise le mani sul viso.

gli disse che c’erano cose che non si potevano dire, che erano stati avvertiti, minacciati, che un giorno degli uomini in giacca e cravatta erano entrati in casa della nonna, avevano preso tutte le lettere, le foto, persino il caschetto da lavoro del padre. disse che era stato costretto a firmare una dichiarazione in cui accettava un risarcimento in cambi del silenzio.

Marco ascoltava incredulo, mentre il padre gli raccontava che nessun funerale era stato celebrato, che nessuna tomba portava il nome di Antonio Piras, che era stato sepolto dalla burocrazia, non dalla Terra. Nei giorni successivi Marco si immerse nell’indagine. Scoprì che la miniera di Bakuabis era stata ufficialmente chiusa per rischi strutturali, ma una piantina tecnica ritrovata tra i documenti indicava una sezione della galleria chiamata settore epsilon, come intatta e sicura al momento dell’incidente.

Nessun rapporto menzionava danni in quella zona. Eppure era proprio lì che, secondo un’annotazione scritta mano in fondo a una pagina, si erano recati i 12 minatori prima della presunta esplosione. Più Marco scava, più i contorni della vicenda si facevano ambigui. Un pomeriggio ricevette una chiamata anonima.

Una voce anziana gli chiese se fosse lui il nipote di Antonio Piras. Si presentò come Giovanni Medda, ex collega di miniera, e lo invitò a incontrarsi in un bar di Iglesias. Si sedettero in un angolo appartato. L’uomo aveva le mani che trema e gli occhi lucidi. Gli disse che quel giorno, nel 1962, avrebbe dovuto essere anche lui nella galleria, ma all’ultimo momento si era ammalato.

Raccontò di essere passato vicino alla miniera verso mezzogiorno e di aver udito rumori forti, non simili a un’esplosione, ma raffiche come spari. Disse di aver visto camion militari entrare e uscire e uomini armati vestiti in abiti civili. E poi il silenzio, un silenzio che durò 50 anni. Marco tornò sul luogo della miniera, oggi inglobato nel parco geominerario storico e ambientale della Sardegna.

Con il permesso delle autorità locali, esplorò i resti della galleria. Nascosta dietro una parete crollata, trovò una sezione chiusa con cemento armato, apparentemente più recente rispetto al resto delle strutture. Ai piedi del muro una targa metallica portava due date incise, 24 e 25 aprile 1962. Erano i giorni immediatamente successivi all’incidente.

Ma perché sigillare un accesso in così breve tempo senza nemmeno aver recuperato i corpi? La risposta, Marco, lo intuiva, non stava nei crolli o nei gas esplosivi, ma in qualcosa che quegli uomini avevano trovato laggiù, qualcosa che qualcuno non voleva far uscire mai più alla luce. Marco non dormì quella notte. Le immagini della galleria sigillata, le parole di Giovanni Medda, la confessione del padre, tutto si muoveva dentro di lui come una valanga lenta ma inarrestabile.

Più scava, più sentiva che qualcosa di enorme era stato sepolto insieme a quei 12 uomini. Non si trattava solo di una tragedia dimenticata, ma forse di un crimine deliberato, orchestrato e protetto per mezzo secolo. Il giorno dopo decise di tornare alla miniera con una piccola telecamera e una torcia. Avvertì nessuno.

Doveva vedere con i propri occhi, sentire con la propria pelle. L’accesso era difficile. La vegetazione cresciuta intorno alla vecchia struttura ne aveva nascosto buona parte. Camminò per quasi un’ora tra sterpaglie e rocce prima di trovare di nuovo l’ingresso secondario, quello usato per le visite turistiche anni prima, ora murato con assi e catene, ma non era l’unico punto d’entrata.

Seguendo i vecchi tracciati sulla mappa tecnica trovata negli archivi, scoprì un condotto laterale semidistrutto, nascosto da rovi e massi. Con fatica, riuscì a insinuarsi. L’interno della galleria era freddo e umido. L’odore di muffa e ruggine saturava l’aria. Ogni passo era accompagnato dal rumore di sassi che cedevano sotto le scarpe.

Non c’era luce se non quella intermittente della sua torcia. Dopo circa mezz’ora di cammino arrivò al muro. Cemento spesso, ruvido, con evidenti segni di colatura. Il dettaglio che lo colpì fu una scritta incisa nella parte bassa, probabilmente con un oggetto metallico. Le parole erano sbiadite, ma leggibili. Non è stato un crollo.

Rimase immobile, il respiro spezzato. Era come se quella frase fosse stata lasciata lì per lui, per chiunque un giorno avesse avuto il coraggio di tornare. Tornò a casa e scrisse un rapporto dettagliato, allegando fotografie e coordinate, ma quando cercò di inviarlo al comando dei carabinieri, la rete smise di funzionare.

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