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 Pensavo fosse la fine, poi ho scoperto quel diario…

diceva che mi avrebbe protetta, ma mi ha tenuta prigioniera per tutta la vita. Mi chiamo Caterina, ho 78 anni e vivo in una piccola casa alle porte di Verona. Non ho scritto libri, non sono finita sui giornali, eppure porto dentro di me una storia che pesa come un macigno, una storia che per decenni è rimasta sepolta nel silenzio sotto il tappeto delle convenzioni, della vergogna, della paura. Ma oggi sono qui per raccontarla.

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Perché se anche solo una donna ascoltandomi troverà il coraggio di non restare in silenzio, allora tutto questo dolore non sarà stato inutile. Prima di iniziare vi chiedo una piccola cosa. Mettete un like al video, iscrivetevi al canale e scrivetemi nei commenti da dove mi state guardando. Siete a Napoli, a Firenze, in un piccolo paese del Piemonte? Raccontatemelo.

Mi farebbe piacere sapere dove arriva la mia voce. Tutto cominciò nel 1958. Avevo 17 anni e vivevo con mia madre in un piccolo appartamento sopra il nostro banco di frutta nel quartiere di San Zeno a Verona. Mio padre era morto anni prima, travolto da una malattia ai polmoni che lo consumò in pochi mesi.

Io e mia madre ci arrangiavamo come potevamo. Lei lavorava il doppio. Io la seguivo ovunque con la forza e l’incoscienza dei miei anni. Ogni mattina, prima dell’alba, tiravamo giù la saracinesca del negozio e sistemavamo le cassette di mele, pere, pesche. Erano frutti veri, profumati. raccolti da contadini veri con le mani rovinate dal sole. Non come oggi.

I nostri clienti ci conoscevano per nome. Alcuni si fermavano a chiacchierare, altri venivano solo per osservare la figlia della signora Rosa. Io, sempre con le guance rosse per il freddo o il sole, i capelli legati in una treccia stretta e lo sguardo curioso verso un mondo che ancora non conoscevo. Non cercavo un marito, cercavo emozioni.

Ma a quell’epoca, per una ragazza come me, le emozioni si trovavano spesso nell’uomo sbagliato. Lo vidi per la prima volta un giovedì mattina. Era alto, con gli occhi verde scuro, i capelli neri un po’ arruffati e le mani da meccanico. Si chiamava Lorenzo. Disse che lavorava in un’officina poco distante vicino al ponte della Vittoria.

comprò due mele, pagò con una banconota da 100 lire e mi fece l’occhiolino. Io risi, ma non risposi. Non ero abituata a quell’audacia, non a quell’intensità. Tornò il giorno dopo, poi il giorno dopo ancora. comprava sempre frutta che diceva non piacergli, solo per potermi guardare.

Mi chiamava la ragazza delle mele. Un giorno mi portò una violetta stropicciata dicendo: “Sei più bella di tutti i fiori del mercato”. Io mi sciolsi. A 17 anni bastano poche parole ben dette per credere in una favola. Iniziamo a vederci di nascosto, dietro la chiesa o alla fine del mercato. Mi raccontava dei suoi sogni. aprire una sua officina, vivere sul lago di Garda, avere una casa con un grande portico.

Io lo ascoltavo rapita, non perché volessi le stesse cose, ma perché era la prima volta che qualcuno mi faceva sentire importante. Mia madre non lo sopportava. Ha lo sguardo da serpente”, diceva, “e gli uomini che parlano troppo sanno anche mentire bene”. Ma io la ignoravo. Per me era gelosa.

Non capiva che io avevo trovato l’amore. Dopo qualche mese mi chiese di sposarlo. Non aveva casa propria, né soldi, né famiglia, solo promesse. E io dissi: “Sì”. Disobbedìi a mia madre, lasciai la casa e andai a vivere con lui in una stanza in affitto, in una traversa buia della città vecchia. I primi giorni furono dolci.

Mi svegliava con baci sul collo, cucinava la pasta con la pancetta, mi stringeva forte, diceva che ero tutto ciò che aveva. Io credevo, Dio, quanto credevo. Poi cominciarono le piccole cose: non uscire da sola. Quel vestito è troppo corto. Perché hai sorriso a quel cliente? All’inizio mi sembrava gelosia, attenzione, poi controllo, poi minaccia.

Un giorno, senza motivo, rovesciò una cassa di mele perché, secondo lui, le avevo sistemate male. Un altro giorno strappò la mia camicetta mentre litigavamo per una sciocchezza. Non mi picchiava, non ancora, ma le sue parole facevano più male delle mani. La prima volta che mi colpì fu dopo il mercato di primavera. Avevo parlato con un vecchio amico d’infanzia. Solo 2 minuti.

Quando tornai a casa, Lorenzo aveva lo sguardo spento. Mi chiese se mi piaceva ancora quel ragazzo. Non risposi. Lo schiaffo arrivò senza avviso. Caddi, mi feci male al mento. Lui si disperò. mi chiese scusa mille volte, mi portò delle rose, mi promise che non sarebbe più successo e io lo perdonai perché avevo paura, perché mi sentivo in colpa, perché non avevo più nessuno.

Mia madre non mi parlava più e poi vennero i mesi peggiori. Lorenzo smise di lavorare. Diceva che i colleghi lo invidiavano, che il mondo era contro di lui. passava le giornate a casa fumando, lamentandosi, urlando. Io portavo avanti il banco da sola, nascondendo i lividi con sciarpe e scuse.

Ogni sera pregavo che tornasse il ragazzo delle violette, ma quello non esisteva più. Un giorno, mentre sistemavo le pesche, una cliente mi prese da parte. Ragazza, tu hai gli occhi di chi ha smesso di sognare? Quella frase mi rimase impressa. Io, che sognavo il mondo, non avevo più neanche il coraggio di guardarmi allo specchio. Una sera d’autunno, stavo tornando dal mercato con i piedi gonfi e le mani screpolate dal freddo.

Portavo con me una busta di pane raffermo che un fornaio gentile mi aveva regalato a fine giornata. Quando entrai in casa, Lorenzo era seduto sul divano con lo sguardo perso e la bottiglia vuota accanto. Mi guardò senza dire niente, poi lentamente si alzò e prese la busta dalle mie mani. Non abbiamo bisogno della carità di nessuno disse con voce bassa, ma carica di veleno.

Strappò il sacchetto e lo gettò nel secchio dell’immondizia. Non protestai. Avevo imparato che ogni parola sbagliata poteva costarmi cara. Quella notte dormì vestita con la porta della camera chiusa a chiave. Avevo iniziato a tenermi un piccolo cassetto nascosto con qualche lira risparmiata, una fotografia di mia madre e un rosario.

Ogni notte lo stringevo tra le dita come se potesse proteggermi da tutto. Un giorno, mentre sistemavo le arance al banco, vidi mia madre passare dall’altra parte della strada. Non si fermò, non mi guardò, fingeva che io non esistessi. Era il suo modo di dirmi che avevo fatto la mia scelta, una scelta che mi aveva allontanata da lei, dalla famiglia, da tutto quello che conoscevo.

Rimasi in silenzio, con gli occhi lucidi, mentre servivo i clienti con un sorriso finto. Le settimane passarono. Lorenzo cominciò a sparire per ore, poi per giorni. tornava puzzando di alcol con lo sguardo perso e pretendeva che lo accogliessi come se nulla fosse. A volte voleva parlare, altre volte non diceva una parola.

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