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Perché I Sovietici Rispettavano Gli Alpini Più Dei Tedeschi

Nell’archivio dell’ufficio storico dello Stato Maggiore dell’Esercito a Roma, custodito nel fondo Ausme serie N11, busta 1943, esiste un documento che per decenni è rimasto sepolto tra migliaia di pagine ingiallite. Si tratta di un rapporto redatto il 27 marzo 1943 da un ufficiale dei servizi informativi italiani, il quale aveva raccolto testimonianze di prigionieri rimpatriati attraverso la Croce Rossa Internazionale.

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Le parole contenute in quelle pagine contraddicono radicalmente la narrazione ufficiale sovietica sulla campagna di Russia e sollevano interrogativi che ancora oggi attendono risposte definitive. Il documento descrive un fenomeno inspiegabile secondo i parametri della propaganda di guerra. I soldati dell’Armata Rossa, gli stessi uomini che combattevano con ferocia e implacabile contro l’invasore, mostravano un atteggiamento radicalmente diverso nei confronti degli alpini italiani rispetto ai loro alleati tedeschi.

Non si trattava di episodi isolati o di eccezioni individuali, ma di un comportamento sistematico osservato su centinaia di chilometri di fronte e documentato da decine di testimoni indipendenti. Un sottfficiale della divisione Julia catturato presso Nikolaevka il 27 gennaio 1943 riferì che durante la marcia verso i campi di prigionia i soldati sovietici separavano sistematicamente gli italiani dai tedeschi.

Agli alpini veniva concesso di riposare. Ricevevano razioni di pane nero e talvolta persino sigarette. I tedeschi, invece venivano spinti avanti a colpi di calcio di fucile, privati degli indumenti invernali e lasciati morire di freddo lungo la strada. Il sottfficiale, il cui nome compare nei registri come sergente maggiore Giovanni Battista Revello, della terza compagnia del battaglione CEVA, dichiarò testualmente che un commissario politico sovietico gli aveva detto in francese stentato: “Gli italiani combattono come soldati, i

tedeschi come bestie”. Questa distinzione non era frutto di simpatia ideologica né di calcolo politico. L’Unione Sovietica considerava l’Italia un nemico a tutti gli effetti, responsabile dell’aggressione del 22 giugno 1941 insieme alla Germania nazista. Le divisioni italiane avevano partecipato all’avanzata verso il Caucaso, avevano occupato città sovietiche, avevano combattuto battaglie sanguinose lungo il fiume Don.

Eppure qualcosa distingueva gli alpini agli occhi dei loro nemici, qualcosa che trascendeva la logica della guerra totale. Per comprendere questo enigma storico è necessario tornare indietro alle origini stesse della presenza italiana sul fronte orientale. Il corpo di spedizione italiano in Russia, successivamente ampliato nell’ottava armata denominata Armir, fu costituito nel luglio 1941 per volontà di Mussolini, il quale desiderava partecipare alla campagna contro l’Unione Sovietica al fianco dell’alleato tedesco.

La decisione incontrò l’opposizione di numerosi alti ufficiali italiani, tra cui il maresciallo Ugo Cavallero, capo di stato maggiore generale, il quale comprendeva che l’esercito italiano non disponeva degli equipaggiamenti necessari per combattere nelle condizioni climatiche estreme della steppa russa.

Le divisioni alpine rappresentavano l’elite delle forze armate italiane. Reclutate nelle vallate delle Alpi piemontesi, lombarde, venete e trentine, queste unità erano composte da montanari abituati al freddo intenso, alla fatica fisica estrema e alla solidarietà incondizionata tra commilitoni. A differenza delle divisioni di fanteria ordinaria, gli alpini possedevano una coesione interna quasi familiare.

Ufficiali e soldati provenivano spesso dagli stessi paesi, parlavano lo stesso dialetto, condividevano tradizioni secolari. Il cappello con la penna nera non era soltanto un simbolo, ma l’emblema di un’identità collettiva forgiata in decenni di storia militare. Tre divisioni alpine furono inviate in Russia, la Tridentina, la Julia e la Cuneense.

A queste si aggiunse la divisione Vicenza, tecnicamente classificata come divisione di fanteria da montagna. Gli organici complessivi superavano i 50.000 uomini equipaggiati con armi leggere, mul trasporto e un numero insufficiente di automezzi. L’armamento pesante era scarso, pochi cannoni anticarro, pochissimi mezzi corazzati, nessuna copertura aerea adeguata.

I comandi tedeschi che avevano richiesto l’intervento italiano guardavano con malcelato disprezzo questi soldati che marciavano a piedi mentre le divisioni della Vermacht disponevano di panzere semoventi. Il generale Giovanni Messe, primo comandante del corpo di spedizione, aveva espresso ripetutamente le sue preoccupazioni al comando supremo tedesco.

In un memorandum datato 14 settembre 1941, conservato negli archivi del Bundeschive di Friburgo, messe denunciava l’inadeguatezza dei rifornimenti logistici e l’impossibilità di sostenere operazioni offensive senza adeguato supporto meccanizzato. Le sue obiezioni furono ignorate sia da Roma che da Berlino. Gli italiani dovevano combattere con quello che avevano e quello che avevano era tragicamente insufficiente.

La situazione precipitò nell’inverno 1942-1943. L’offensiva sovietica denominata Operazione Piccolo Saturno, scatenata l’11 dicembre 1942, travolse le linee italiane lungo il medio D. Le divisioni di fanteria cedettero quasi immediatamente, ma il corpo d’armata alpino, schierato più a nord, resistette per settimane in condizioni disperate.

Circondati da forze sovietiche preponderanti, con temperature che scendevano a 40° sotto zero, senza rifornimenti né possibilità di evacuazione dei feriti. Gli alpini combatterono una battaglia di sopravvivenza che avrebbe segnato per sempre la memoria collettiva italiana. Fu proprio durante questa ritirata passata alla storia come la tragica marcia del corpo d’armata alpino che emerse con maggiore evidenza il fenomeno del rispetto sovietico.

I documenti dell’epoca, oggi parzialmente accessibili negli archivi di Mosca, rivelano che i comandi dell’Armata Rossa avevano impartito istruzioni specifiche riguardo al trattamento dei prigionieri italiani. Un ordine del fronte di Vorone, datato 19 gennaio 1943 e firmato dal generale Philip Golikov, comandante del fronte, stabiliva che i prigionieri italiani dovevano essere separati dai tedeschi e trattati secondo le convenzioni internazionali.

L’ordine specificava che gli italiani non dovevano essere considerati corresponsabili delle atrocità commesse dalle truppe tedesche e dai reparti delle SS. Perché questa distinzione? Cosa avevano fatto gli alpini per meritare un trattamento differente in una guerra caratterizzata da brutalità inaudite su entrambi i fronti? La risposta si trova nelle testimonianze dei veterani sovietici raccolte negli anni 80 e 90 da storici russi e italiani.

Queste fonti, per decenni inaccessibili a causa della guerra fredda, offrono una prospettiva sorprendente sugli eventi di quell’inverno terribile. Un ex sergente dell’Armata Rossa intervistato nel 1987 per un documentario della televisione italiana, raccontò di aver partecipato all’accerchiamento della divisione Julia presso Valuiki.

Il veterano, che aveva combattuto dall’inizio dell’invasione tedesca descrisse gli alpini come soldati coraggiosi che non sparavano ai feriti né maltrattavano i prigionieri. riferì inoltre che durante i combattimenti ravvicinati gli italiani non usavano le tattiche di terra bruciata praticate sistematicamente dai tedeschi. Questa osservazione trova conferma nei documenti del NKVD, la polizia segreta sovietica, incaricata di raccogliere informazioni sui prigionieri di guerra.

I rapporti degli interrogatori conservati negli archivi del servizio federale di sicurezza della Federazione Russa contengono annotazioni marginali degli ufficiali sovietici che distinguevano nettamente il comportamento degli italiani da quello dei loro alleati. In particolare veniva sottolineato che le truppe alpine non avevano partecipato a rappresaglie contro la popolazione civile, non avevano incendiato villaggi durante la ritirata e avevano in alcuni casi condiviso le proprie razioni con i contadini russi, ma esisteva un altro

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