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Come questo ingegnere italiano sconvolse gli americani creando un motore ritenuto impossibile

Berlino, 1943. Il rombo dei bombardieri alleati squarcia il cielo notturno, mentre nelle stanze segrete del Ministero dell’Aeronautica Tedesca un gruppo di ingegneri osserva in silenzio un oggetto che non dovrebbe esistere. Davanti a loro, su un tavolo di metallo freddo, giace il cuore pulsante di una rivoluzione, un motore italiano che sfida ogni legge della fisica conosciuta, un capolavoro di ingegneria che gli stessi tedeschi, maestri indiscussi della tecnologia bellica, hanno dichiarato impossibile da realizzare. Gli americani lo chiameranno

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il miracolo italiano, i tedeschi dieum mugliche mascine, ma per l’uomo che lo ha creato è semplicemente la prova che il genio italiano può illuminare anche le notti più buie della storia. Questa è la storia vera di come un ingegnere visionario di una piccola città italiana abbia cambiato per sempre il corso della guerra aerea, lasciando il mondo intero a bocca aperta.

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i capelli già brizzolati, gli occhiali spessi appoggiati sul naso aquilino, le mani macchiate di inchiostro che tremano leggermente per l’eccitazione. Giuseppe non è un ingegnere qualunque, formatosi al Politecnico di Torino con il massimo dei voti, ha dedicato ogni momento della sua vita a un’ossessione: creare il motore aeronautico perfetto.

Ma cosa rende perfetto un motore? Non solo la potenza bruta, non solo l’affidabilità. Giuseppe cerca qualcosa di più profondo, qualcosa che tutti gli altri ingegneri del mondo considerano un sogno impossibile, l’equilibrio assoluto tra potenza, peso e consumi. Un triangolo magico che nessuno è mai riuscito a quadrare.

La sera del 12 agosto Giuseppe lavora fino a tardi nel suo studio privato. Fuori Torino dorme sotto un cielo stellato che presto sarà oscurato dalle nubi della guerra. Lui non lo sa ancora, ma quella notte, mentre riempie pagina dopo pagina di calcoli frenetici, sta per avere l’intuizione che cambierà tutto.

Il problema è sempre stato lo stesso. I motori radiali, quelli a stella usati dalla maggior parte degli aerei da caccia, sono potenti ma pesanti e creano troppa resistenza aerodinamica. I motori in linea, come quelli tedeschi e britannici, sono più aerodinamici, ma complessi, fragili, difficili da raffreddare. Servono litri e litri di liquido refrigerante, tubature, radiatori che aggiungono peso e punti di vulnerabilità.

Un solo colpo nemico al sistema di raffreddamento e il motore si fonde in pochi minuti condannando il pilota. Giuseppe si alza dalla scrivania, cammina nervosamente avanti e indietro nella stanza. I suoi passi riecheggiano sul pavimento di legno, poi si ferma, gli occhi si illuminano e se E se fosse possibile creare un motore in linea che non avesse bisogno di raffreddamento al liquido, un motore raffreddato ad aria come i radiali, ma con la configurazione aerodinamica dei motori in linea, tutti gli ingegneri del mondo direbbero che è

impossibile. L’aria non può raffreddare efficacemente 12 o 16 cilindri disposti in linea. La fisica stessa sembra opporsi, ma Giuseppe Gabrielli non è tutti gli ingegneri del mondo. Nei mesi successivi, mentre l’Europa precipita verso la guerra, Giuseppe lavora in segreto al suo progetto. Non ne parla con nessuno.

Sa che se rivelasse la sua idea verrebbe deriso, considerato un visionario pazzo. Ma lui continua notte dopo notte, giorno dopo giorno, riempie quaderni interi di calcoli, schizzi, diagrammi, studia il flusso dell’aria, la termodinamica, la metallurgia. Sperimenta con leghe speciali con geometrie innovative per le alette di raffreddamento, con sistemi di convogliamento dell’aria che nessuno ha mai immaginato prima. Settembre 1939.

La Germania invade la Polonia. La guerra è iniziata. L’Italia è ancora neutrale, ma Giuseppe sa che è solo questione di tempo e sa anche che quando l’Italia entrerà in guerra avrà bisogno di aerei superiori, aerei veloci, agili, resistenti, aerei con motori rivoluzionari. Il suo motore presenta il progetto alla Fiat in una gelida mattina di novembre.

Nella sala riunioni cinque ingegneri senior lo ascoltano con espressioni che vanno dallo scetticismo alla pietà. Giuseppe spiega, mostra i calcoli, illustra i vantaggi, un motore raffreddato ad aria eliminerebbe il sistema di raffreddamento al liquido, riducendo il peso di oltre 100 kg. Niente radiatori, niente tubature, niente liquido refrigerante.

Un aereo più leggero è un aereo più veloce. più agile, più letale e soprattutto molto più resistente ai danni di combattimento. Un proiettile può forare il motore senza metterlo fuori uso immediatamente perché non c’è liquido da perdere. Il capo ingegnere, un uomo tarchiato con enormi baffi grigi, lo guarda come si guarda un bambino che racconta favole.

Gabrielli dice con voce stanca, “quello che proponi viola ogni principio di ingegneria termica. Un motore in linea raffreddato ad aria si fonderebbe in pochi minuti. È fisicamente impossibile. Giuseppe sente il sangue ribollire nelle vene, ma mantiene la calma. Impossibile con i metodi tradizionali”, risponde. Ma io non sto proponendo metodi tradizionali.

Ho riprogettato completamente il sistema di raffreddamento, le leghe dei cilindri, la geometria delle alette. Ho i calcoli, funzionerà. Il silenzio nella stanza è pesante come piombo. Poi uno degli ingegneri più giovani, un certo Arturo Ferranti, interviene. E se costruissimo un prototipo? Solo per vedere se i calcoli reggono alla prova pratica, il capo ingegnere scuote la testa.

Troppo costoso, troppo rischioso. Se fallisce sarà uno spreco di risorse e tempo. Ma Giuseppe vede qualcosa negli occhi di Ferranti, una scintilla di curiosità, forse di ammirazione per l’audacia del progetto, sa di avere almeno un alleato. Nei giorni seguenti Giuseppe non si arrende, scrive rapporti dettagliati, prepara presentazioni più convincenti, cerca ogni possibile appoggio all’interno della Fiat, ma le porte rimangono chiuse.

L’Italia è alle soglie della guerra e nessuno vuole rischiare su un progetto considerato folle. Poi nel maggio del 1940 tutto cambia. L’Italia entra in guerra al fianco della Germania. Improvvisamente la necessità di motori aeronautici superiori diventa disperata. I caccia italiani, equipaggiati con motori radiali tradizionali mostrano subito i loro limiti contro gli hurricane e gli speitfire britannici.

È in questo clima di urgenza che Giuseppe riceve finalmente il permesso di costruire il primo prototipo, non dalla Fiat, ma direttamente dal Ministero dell’Aeronautica. che ha sentito parlare del progetto attraverso canali militari. Gli danno 6 mesi e un budget limitato. O dimostra che il suo motore funziona o il progetto verrà abbandonato per sempre.

Giuseppe forma una squadra di 12 persone, ingegneri giovani, affamati, disposti a lavorare giorno e notte. li sceglie personalmente uno per uno. Vuole gente che creda nell’impossibile, che non si arrenda di fronte alle difficoltà. La prima sfida è trovare la lega giusta per i cilindri. Deve essere leggera ma resistente al calore estremo.

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