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Quando gli Americani Scoprirono che i Piloti Italiani Non Si Arrendono

Come possono 24 aerei inferiori fermare 200 caccia e bombardieri? La matematica dice che è impossibile, l’esperienza militare lo conferma. Eppure, nei cieli della Sicilia, nel maggio del 1943 i piloti italiani del 200 Stormo Caccia avrebbero fatto esattamente questo e la storia che stai per scoprire distrugge tutto ciò che pensavi di sapere sulla campagna di Sicilia.

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Maggio 1943 i piloti americani del 325 Fighter Group arrivano in Sicilia con arroganza ben guadagnata. Hanno dominato il Nord Africa. I loro P38 Lightning sono superiori, i loro numeri sono schiaccianti e quando vedono i macchi C202 italiani ridono. Li chiamano Latas Vadoras, scatole volanti, obsoleti, facili prede.

Ma in 20 giorni di  combattimento brutale, quella risata si trasformerà in qualcos’altro, rispetto, paura e la consapevolezza terrificante che hanno sottovalutato  gravemente gli uomini dietro quei distintivi, il cavallo rampante nero su campo bianco del 200 stormo. Questo è capitano Furio  Nicloto Doglio, 27 anni, Torino, comandante  della 378ª squadriglia.

Nel taschino della sua uniforme porta sempre una fotografia. Sua sorella pianista, morta nel bombardeio di Torino. Ogni volta che sale sul suo Macchi 205  Veltro. Matricola MM9250 sa che combatte per vendicarla e quando gli americani arrivano quel maggio con le loro formazioni infinite, Doglio e i suoi uomini pronunciano una frase che diventerà  il loro grido di guerra.

Non si passa, questo è cielo italiano. Ma questa storia non è stata raccontata. Per decenni la difesa aerea della Sicilia è stata descritta come una vittoria facile degli alleati, come se i piloti italiani fossero solo ostacoli insignificanti nel cammino verso la vittoria. Questa è un’ingiustizia storica che dobbiamo correggere. Se credi che ogni soldato, ogni pilota, ogni uomo che ha combattuto per difendere il proprio cielo, meriti di essere ricordato con dignità e verità? Allora, questo canale è per te.

Qui ricostruiamo la vera storia della Regia Aeronautiuka nella seconda guerra mondiale. Iscriviti e attiva le notifiche perché onorare la memoria di questi uomini inizia con conoscere la loro vera storia. Ma come siamo arrivati a quel maggio del 1943? Come è nata questa battaglia che Hollywood non ha mai raccontato? Primavera del 1943.

L’Italia è già in guerra da 3 anni. Le sconfitte nel Nord Africa hanno decimato le migliori unità della reghia aeronautica. La produzione industriale italiana, già limitata all’inizio del conflitto, è ora al collasso. Le fabbriche Mikey e Fiat possono produrre forse 50 caccia al mese contro i 2000 che escono dalle linee di produzione americane.

E ora, con la Tunisia perduta tutti sanno quale sarà il prossimo obiettivo degli alleati. La Sicilia, il primo passo verso l’invasione dell’Italia continentale. Per i pianificatori alleati la campagna aerea sulla Sicilia sembra semplice. Le stime dell’intelligence  britannica parlano di circa 150 caccia italiani operativi su tutta l’isola contro oltre 1000 aerei alleati basati in Tunisia e Malta.

Matematicamente è una garanzia di vittoria. Il generale Carl Spat, comandante delle forze aeree alleate nel Mediterraneo, lo dice apertamente. Gli italiani non rappresentano più una minaccia seria. La loro resistenza sarà simbolica. Ma questa valutazione ignora qualcosa di fondamentale. Ignora che per i piloti italiani  questa non è solo un’altra battaglia, è la difesa della patria.

È la differenza tra combattere in un deserto straniero e combattere sopra le città dove sono nati, sopra le case dove vivono le loro famiglie. Il tenente colonnello Tito Falconi, comandante del secondo Stormo, lo spiega ai suoi piloti in una riunione a Sciacca il 3 maggio 1943. Loro vedono numeri e statistiche. Noi vediamo le nostre madri, le nostre sorelle, i nostri figli e questo fa tutta la differenza.

La situazione materiale è disperata. Il secondo stormo, considerato una delle unità d’elite della regia aeronautica, dispone di appena 32 macchi C202 folgore e 12 nuovissimi C205 veltro operativi. Il carburante  è così razionato che ogni sortita deve essere calcolata con precisione millimetrica. Le munizioni sono limitate.

Ogni pilota ha circa 900 colpi per le sue mitragliatrici, breda da 12,7 mm, sufficienti per forse 3 minuti di combattimento continuo. Le radio sono inaffidabili, i sistemi di avvistamento radar sono praticamente inesistenti. Quando gli americani arrivano, i piloti italiani spesso li scoprono solo quando li vedono attraverso il parabrezza.

Ma dentro questa disperazione nasce qualcosa di straordinario. Il capitano Furio Niclot Doglio sviluppa una tattica che sfida ogni dottrina convenzionale. Sa che i suoi macchi non possono vincere in combattimenti orizzontali prolungati contro i P38. I Lightning hanno troppa potenza, troppa velocità, ma in una pittiata verticale, in un attacco dall’alto, usando gravità e sorpresa, lì i macchi hanno un vantaggio.

Doglio chiama questa tattica picchiata mortale,  un tuffo quasi verticale da 5.000 m, velocità che supera i 600 kmh. Fuoco concentrato per 3  secondi, poi disimpegno immediato. È pericoloso, è quasi suicida, ma funziona. Gli americani vedono tutto questo e non capiscono. Vedono aerei obsoleti, numeri insignificanti, un nemico già sconfitto e il maggiore Hershel Green, pilota del 325 Fighter Group, scrive nel suo diario il 4 maggio.

I ragazzi chiamano i macchi lattine volanti. Dicono che abbatterli sarà come sparare ad anatre in uno stagno. È questa arroganza  che i piloti italiani useranno contro di loro. Il 9 maggio 1943 tutto cambia. Gli americani lanciano la prima grande incursione contro gli aeroporti siciliani. 72 P38 scortano 36 bombardieri B25 Mitchell.

L’obiettivo è Gerbini, dove è basata la 378ª squadriglia di Dolio. Le sirene suonano. I motori Daimler Benz DB605 dei Macchi C205  ruggiscono. E mentre 12 caccia italiani si alzano contro 72 americani, qualcuno nell’hangar grida: “Non si passa, questo è cielo italiano”. Ma per capire come quella frase si sarebbe trasformata in realtà attraverso sangue e fuoco, dobbiamo vivere quei primi secondi di contatto quando l’arroganza americana incontrò la furia disperata italiana.

9 maggio 1943, ore 14:22, sopra Gerbini, quota 4.000 m. Furio NCL Doglio stringe i comandi del suo Maki C205 Veltro e osserva l’orrore che si avvicina. 72 P38 Lightning. Le loro doppie fusoliere brillano il sole siciliano come sciami di insetti metallici. Dietro di loro i bombardieri B25 e sotto di lui sulla pista di Gerbini i suoi compagni stanno ancora decollando.

Etto Maacchi contro 72 P38. La matematica è brutale. M Doglio non sta facendo matematica. sta guardando la fotografia di sua sorella nel taschino. Sta toccando il distintivo del cavallo rampante nero sulla fusoliera del suo aereo e sta pensando a una sola cosa. Non si passa. Il motore Daimler Benz DB605 del C205 produce 1475 cavalli contro i 3200 cavalli combinati  dei due motori Allison del P38.

Il Maki pesa 2650 kg al decollo, il Lightning 6350. In ogni confronto tecnico diretto il caccia italiano perde. Magolio sa qualcosa che gli americani stanno  per imparare. Sa che in una picchiata verticale la massa inferiore del MACI diventa un vantaggio. sa che l’accelerazione in discesa del C250 può raggiungere i 650 km/h prima che le superfici di controllo inizino a vibrare pericolosamente e sa che gli americani, abituati a vincere con superiorità numerica, non si aspettano quello che sta per fare. Radio Stormo 1 a tutti i

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