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Ex Boss della Camorra RIVELA: LA MANO OSCURA DIETRO IL CLAN NON ERA Raffaele Cutolo – Napoli

Sono passati 30 anni. 30 anni da quando ho lasciato Napoli con una valigia e la certezza che non sarei mai più tornato. Ma i segreti pesano, fratelli miei. Pesano come macigni sul petto, soprattutto quando tutto quello che il mondo crede di sapere è una bugia. Mi chiamo Salvatore Esposito. Per 20 anni sono stato un boss della nuova camorra organizzata.

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Ho vissuto accanto a Raffaele Cutolo, l’ho visto costruire il suo impero, l’ho visto cadere. Ma quello che sto per raccontarvi cambierà. Tutto quello che credete di sapere sulla camorra. Cutolo, il professore. Tutti pensavano che fosse lui la mente suprema. I giornali, i magistrati, perfino noi soldati. Ma la verità è un’altra.

Raffaele era solo un burattino. Un burattino molto abile, questo sì, ma pur sempre un burattino. Era il 1978 quando entrai nell’organizzazione. Avevo 19 anni e una fame di rispetto che mi mangiava le budella. Cresciuto nei bassi di Forcella, figlio di un operaio che si ammazzava di fatica per quattro soldi, vedevo i camorristi passare per il quartiere con le loro Mercedes nere e pensavo, ecco, quelli sì che contano qualcosa il primo incontro con Cutolo fu in una casa sicura a Ottaviano.

Era seduto dietro una scrivania, elegante come sempre, con quel suo modo di parlare colto che impressionava tutti. Ma quello che mi colpì non furono le sue parole, fu il telefono, un telefono rosso che squillò durante il nostro colloquio. Cutolo, che fino a quel momento aveva dominato la conversazione con la sua presenza magnetica, si irrigidì.

Rispose con un semplice sì e rimase in silenzio per almeno 5 minuti, annuendo di tanto in tanto. Quando riattaccò era cambiato. Non era più il leone che avevo davanti poco prima, era sottomesso. Chi era al telefono? Don Raffaele, chiesi con l’ingenuità dei miei 19 anni, mi guardò con quegli occhi glaciali che conoscevano bene tutti quelli che lo avevano tradito.

“Ragazzo” mi disse, “coi sono domande che è meglio non fare e questa è una di quelle. Ma la curiosità, fratelli miei, è come un tarlo. Ti rosicchia dentro finché non ti costringe a cercare le risposte. Napoli in quegli anni era un campo di battaglia. I vicoli di Secondigliano puzzavano di polvere da sparo e sangue. Le famiglie si barricavano in casa dopo il tramonto, mentre noi controllavamo ogni angolo di strada.

Ma non era solo violenza, capite? Era un sistema, un sistema perfetto dove ognuno aveva il suo posto. I soldati per strada, i boss nei loro palazzi, i politici nei loro uffici e soprattutti pensavamo Cutolo nella sua cella del carcere di Ascoli Piceno, da dove continuava a comandare attraverso i suoi avvocati e le visite dei familiari, ma c’era qualcosa che non quadrava.

Le decisioni più importanti arrivavano sempre in modo strano, non direttamente da Cutolo, ma attraverso intermediari che nessuno conosceva bene, uomini eleganti dall’accento del nord che si presentavano nei nostri territori con una sicurezza che solo chi a protezioni potentissime può permettersi. Uno di questi era un certo avvocato Martinelli, alto, distinto, sempre vestito di grigio.

Diceva di rappresentare gli interessi legali di Cutolo, ma le sue visite coincidevano sempre con cambiamenti strategici nell’organizzazione. Una sera del 1979 stavo facendo la guardia in una delle nostre bische clandestine a Porta Capuana, quando arrivò Martinelli. Non era solo. Con lui c’era una donna bionda, straniera, forse tedesca o austriaca.

non disse una parola per tutta la sera, ma i suoi occhi i suoi occhi studiavano tutto, ogni volto, ogni movimento, ogni dettaglio. Quella notte cambiai tre turni di guardia per seguirli discretamente. Li vidi salire su una Mercedes con targa diplomatica e dirigersi verso Posillipo, nelle zone residenziali dove vivevano politici e industriali.

Il giorno dopo Cutolo ordinò l’eliminazione di Pasquale Romano, un boss indipendente che controllava il traffico di eroina al porto. Ufficialmente Romano stava diventando troppo potente e rappresentava una minaccia, ma io cominciai a sospettare che ci fosse dell’altro. Romano, infatti, aveva iniziato a fare domande, le stesse domande che mi facevo io.

Chi prendeva realmente le decisioni? Perché certi territori erano intoccabili? Perché certi carichi arrivavano al porto senza che nessuno li controllasse? La morte di Romano fu creativa. Lo trovarono nel suo appartamento di lusso legato a una sedia con evidenti segni di tortura. Ma quello che colpì tutti fu un dettaglio.

Accanto al corpo c’era un libro, Il principe di Machiavelli, aperto alla pagina dove si parla del potere invisibile. Un messaggio, un messaggio per chi sapeva leggere tra le righe. Da quella notte iniziai a tenere gli occhi aperti. Notai che i nostri traffici seguivano rotte precise, che certi container nel porto erano off limits anche per noi, che alcune zone della città erano protette da forze che andavano oltre la nostra organizzazione.

E soprattutto notai che ogni volta che qualcuno faceva troppo domande finiva male. Non sempre morto, questo no, spesso semplicemente spariva. Si trasferiva improvvisamente al nord, emigrava in Germania oppure decideva di ritirarsi dall’ambiente. La paura iniziò a mangiarmi dentro. La paura di scoprire una verità troppo grande per me, troppo pericolosa per essere detta, ma il destino, fratelli, ha i suoi piani.

E nel 1980 un evento cambiò tutto, un evento che mi costrinse a guardare negli occhi il vero padrone di Napoli. Il terremoto del 23 novembre 1980 devastò l’Irpinia e scosse anche Napoli, ma per noi della camorra quel terremoto portò opportunità d’oro. I fondi per la ricostruzione erano una miniera da sfruttare.

Appalti truccati, materiali scadenti, manodopera in nero. Un business da miliardi. Fu in quel periodo che conobbi davvero chi comandava. Era febbraio del 1981. Cutolo mi convocò per quello che definì un incontro di massima importanza, non nella solita casa sicura, ma in un posto che non avevo mai visto.

Una villa Liberty sulla collina di Capodimonte, nascosta tra alberi secolari. Quando arrivai, trovai il professore diverso dal solito, nervoso, quasi sottomesso. “Salvatore”, mi disse, “oggi incontrerai qualcuno che può cambiare il tuo futuro, ma ricordati, vedi tutto, senti tutto, non dici niente.” L’uomo che entrò nella stanza non corrispondeva a nessuno dei miei immaginari.

Non era il boss napoletano con le catene d’oro e la camicia sbottonata. Non era nemmeno il politico romano con il doppio petto e l’aria da salotto. Era un uomo di circa 50 anni, elegante ma non appariscente, con un leggero accento del nordest, forse veneziano, forse triestino. Parlava un italiano perfetto, ma ogni tanto scivolava in una parola che non riuscivo a identificare.

Tedesco, sloveno, si presentò semplicemente come il dottore. Signor Esposito, mi disse sedendosi di fronte a me. Ho sentito parlare della sua perspicacia. Cutolo mi dice che fate le domande giuste. Io e Raffaele ci scambiamo un’occhiata. Quello non era un complimento, era un avvertimento. Le dispiacerebbe accompagnarmi in terrazza? Il panorama di Napoli da qui è istruttivo.

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