Posted in

[Una storia toccante] 40 anni senza amore per un giuramento: ora tutto è cambiato

Ho trascorso 40 anni della mia vita a nascondermi dall’amore a causa di una promessa fatta sui sassi di Portofino. Quel giorno, sotto la pioggia battente di novembre, ho giurato che il mio cuore non avrebbe mai più appartenuto a nessuno. Non sapevo allora che questo giuramento avrebbe plasmato ogni istante della mia esistenza, fino a quando un volto del passato è riapparso e mi ha costretto a rimettere tutto in discussione.

Mi chiamo Rosa e oggi, a 82 anni sono pronta a raccontarvi come una semplice promessa ha determinato tutto il corso della mia vita. Vi invito ad iscrivervi a questo canale, ad attivare la campanella e a lasciare un mi piace a questo video. E ditemi nei commenti da dove mi state ascoltando oggi. Ero poco più che diciottenne quando tutto iniziò.

Vivevamo in Liguria, in un piccolo paese vicino a Genova, dove il profumo del basilico si mescolava sempre con quello del mare. Erano gli anni del boom economico. L’Italia stava cambiando rapidamente, ma nel nostro paesino le tradizioni rimanevano salde, come gli scogli che proteggevano il nostro porto. Antonio ed io dovevamo sposarci in primavera.

Lui lavorava nei cantieri navali di Genova, costruendo quelle navi che avrebbero portato gli italiani verso nuovi mondi. Non era ligure di nascita. Suo padre era venuto dalla Calabria negli anni precedenti per trovare lavoro. Antonio aveva gli occhi neri come la notte del Mediterraneo e le mani forti di chi sa lavorare il ferro.

Quando mi abbracciava profumava sempre di mare e di quella terra rossa della sua Calabria che portava sempre con sé. Ci eravamo conosciuti durante la festa di San Giovanni, due estati prima. Mi aveva fatto ballare la tarantella sotto le stelle e da quella notte non avevamo mai smesso di sognare insieme.

Mia nonna si preoccupava. Un meridionale borbottava scuotendo la testa. Ma mio nonno, che aveva lavorato con il padre di Antonio durante la ricostruzione del porto, annuiva e diceva semplicemente: “È un bravo ragazzo. Era il suo modo di darci la benedizione”. I preparativi del matrimonio erano in pieno fermento. Mia madre ed io ricamavamo il mio corredo nelle serate d’inverno, mentre il vento di tramontana fischiava tra le case del paese.

Antonio e suo padre stavano sistemando la piccola casa che avrebbe dovuto accoglierci in una viuzza che scendeva verso il mare. Ogni giorno, tornando dal lavoro alla sartoria della signora Martinelli, mi fermavo a guardare i progressi. A volte Antonio mi faceva entrare, mostrandomi dove sarebbe stata la nostra camera, la cucina, il piccolo terrazzino dove voleva piantare i pomodori come in Calabria” diceva ridendo.

Poi arrivò quel novembre maledetto. Tutto cambiò. Me lo ricordo come fosse ieri, quel giorno c’era il libeccio, un vento caldo e umido che faceva impazzire tutti. Ero alla Sartoria quando Caterina, la mia amica, entrò di corsa, i capelli sciolti per il vento, il viso bianco come la calce. Rosa disse, il respiro affannoso.

C’è stato un incidente ai cantieri. Il tempo si fermò. Ricordo il rumore delle macchine da cucire che si spegnevano una dopo l’altra, il tic tac dell’orologio a muro, il viso preoccupato della signora Martinelli. Ricordo di aver corso per le vie acciottolate del paese, le scarpe che scivolavano sui sampietrini bagnati, i polmoni che bruciavano per l’aria salmastra.

Ai cantieri era il caos. Uomini che correvano ovunque, grida in dialetto genovese e calabrese che si mescolavano. Un’ambulanza era ferma vicino ai cancelli, le porte spalancate e poi vidi il padre di Antonio, in ginocchio sul cemento bagnato, le mani che coprivano il volto segnato dalle lacrime. Non ebbi bisogno che nessuno mi dicesse cosa era successo.

Lo capi nel momento stesso in cui vidi quell’uomo spezzato. Una trave di ferro si era staccata da una gru durante il varo di una nave. Era caduta direttamente su Antonio che lavorava sotto. Era morto sul colpo mi dissero dopo, come se questo potesse essere una consolazione. I giorni che seguirono sono confusi nella mia memoria.

Ricordo i volti gravi, i sussurri in dialetto, le mani che stringevano la mia. Ricordo il funerale sotto il libeccio che non voleva smettere di soffiare, come se il mare stesso piangesse con noi. Ricordo il padre di Antonio in piedi accanto a me davanti alla bara, dritto e silenzioso, gli occhi fissi sul figlio che aveva perso.

Quello che non dimenticherò mai è quello che sentì tornando a casa dopo il funerale. Un vuoto immenso, come se mi avessero strappato l’anima dal petto e soprattutto una rabbia profonda contro il mondo intero, contro Dio, contro questa vita che mi aveva dato tutto per portarmelo via in un istante. Tre giorni dopo il funerale mi recai a Portofino.

Avevo bisogno di stare sola, lontano dagli sguardi pieni di pietà, lontano da tutti quelli che dicevano passerà e sei giovane, rifarai la tua vita. Antonio ed io andavamo spesso lì la domenica, quando lui non lavorava. Camminavamo lungo il porticciolo, ci arrampicavamo sui sentieri sopra il paese e a volte restavamo semplicemente seduti a guardare il mare, la sua testa appoggiata sulla mia spalla.

Quel giorno il cielo era grigio, ma non pioveva. Il mare era agitato, le onde si infrangevano contro gli scogli con una violenza che rispecchiava perfettamente la tempesta che mi devastava dentro. Camminai fino a punta del faro, quel promontorio che domina tutto il golfo del tiguglio. Da lassù il mondo sembrava così piccolo, così insignificante.

Mi fermai sul bordo, sentendo il vento che si infilava nei vestiti, scompigliandomi i capelli. Sotto le onde continuavano la loro danza eterna, indifferenti al mio dolore. Pulì in piedi davanti all’immensità del Mediterraneo che presi la mia decisione. “Te lo giuro, Antonio” dissi ad alta voce, “la mia voce che si perdeva nel vento.

Te lo giuro su questi scogli che ci hanno visti felici. Non amerò mai più”. Il mio cuore ti appartiene per sempre e non lo darò mai a nessun altro. In quel momento preciso, come per sigillare il mio giuramento, iniziò a piovere di nuovo, fredda e implacabile. Rimasi lì, lasciando che l’acqua mi bagnasse fino alle ossa, sentendo ogni goccia come una conferma della mia promessa.

Non so quanto tempo rimasi così, ma quando finalmente scesi ero infreddolita e bagnata fradicia, eppure una strana sensazione di calma mi abitava. Avevo preso la mia decisione e in un certo senso questo mi dava uno scopo, una direzione da seguire nel caos della mia vita spezzata. Tornando a casa quella sera, riposi il mio vestito da sposa incompiuto in fondo a un baule.

Raccolsi tutte le foto di Antonio e le misi in una scatola che piazzai sotto il letto. Non per dimenticarle, mai avrei potuto dimenticare, ma per proteggerle, come si protegge un tesoro fragile. Le settimane seguenti furono difficili. Tutti nel paese sapevano cosa era successo e non potevo fare un passo senza incontrare uno sguardo compassionevole o sentire un sussurro al mio passaggio.

Read More