Mi chiamo Salvatore Riina. No, non quello che pensate. Sono solo un vecchio che porta lo stesso cognome maledetto, ma che per 40 anni è stato l’ombra di Bernardo Provenzano. Oggi, a 82 anni, con il cancro che mi divora le viscere e i carabinieri che non mi cercano più, posso finalmente parlare, perché quello che so potrebbe far crollare mezza Italia.
Era il 1963 quando incontrai per la prima volta Binnu U tratturi. Avevo 19 anni e la fame mi mordeva lo stomaco nella borgata di Corleone. Mio padre, un pastore senza terre, era stato ammazzato per aver rifiutato di pagare il pizzo a un boss locale. Mia madre piangeva ogni notte e mia sorella Mia sorella aveva iniziato a guardarmi con quegli occhi che dicevano: “Salvatore, fai qualcosa o moriamo di fame?” Fu don Luciano Liggio a portarmi da Provenzano.
“Questo ragazzo ha il fuoco negli occhi e il silenzio nella bocca”, disse mentre mi spingeva in una stalla abbandonata nelle campagne di Corleone. Dentro, seduto su una cassetta di legno, c’era un uomo magro con i capelli già brizzolati, nonostante avesse poco più di 30 anni. “Non alzò nemmeno lo sguardo quando entrai.
” “Tu sei il figlio di Antonino Riina, il pastore”, disse con quella voce bassa che sarebbe diventata la colonna sonora della mia vita. Tuo padre era un uomo d’onore. Non si piegò mai. Sì, don Bernardo risposi, anche se nessuno mi aveva detto come chiamarlo. Bene, allora anche tu hai l’onore nel sangue. Finalmente mi guardò. Quegli occhi freddi, quasi grigi, mi attraversarono l’anima.
Ma l’onore da solo non riempie le pance. Vuoi lavorare per me? Non sapevo ancora cosa significasse lavorare per Bernardo Provenzano. Pensavo fosse come tutti gli altri boss, estorsioni, rapine, qualche omicidio qua e là. Madonna, quanto ero ingenuo. Il primo incarico fu semplice. Portare una valigia da Corleone a Palermo.
Non aprirla, non guardarci dentro, non fare domande, mi disse. Vai al Palazzo dei Normanni, chiedi del deputato Calogero Vizzini e dagli questa valigia. Se ti chiede chi te l’ha mandata, dicio. L’amico di Corleone. Il viaggio in autobus durò due ore. Tenevo quella valigia sulle ginocchia come se contenesse il santo gral.
Pesava come un morto. Quando arrivai al palazzo, il deputato Vizzini mi aspettava già. Un uomo grasso, con i baffi curati e l’abito elegante. Mi prese la valigia senza dire una parola, ma prima di andarmene mi mise una mano sulla spalla. Ragazzo, disse, “tu non mi hai mai visto e io non ho mai visto te”. Capito? Capito? Onorevole. Bravo.
E saluta l’amico di Corleone. Digli che tutto procede secondo i piani. Tornai da Provenzano quella sera stessa. Lo trovai nella stessa stalla, ma questa volta non era solo. C’erano altri uomini, tutti con le facce segnate dalla vita di strada. Quando entrai smisero di parlare. “È andato tutto bene, don Bernardo”, dissi.
Lo so già”, rispose senza alzare lo sguardo. “Il deputato mi ha chiamato. Dice che sei un bravo ragazzo, che sai stare al tuo posto.” Fu allora che capì, non era solo un boss della mafia, era qualcosa di molto più grande. E io, senza saperlo, ero appena diventato un ingranaggio di una macchina che controllava non solo le strade di Sicilia, ma anche i palazzi del potere.
Salvatore” disse alzandosi dalla cassetta, “da oggi farai parte della famiglia, ma ricordati una cosa, qui non si parla mai, non si vedeva mai, non si sente mai. Il silenzio è la nostra arma più potente.” “Sì, Don!” Bernardo e un’altra cosa, si avvicinò a me fino a quando riuscì a sentire il suo respiro. Quello che hai portato oggi a Palermo era solo l’inizio.
Presto scoprirai che la vera forza della Cosa Nostra non sono le lupare, ma i soldi. E i soldi, i soldi aprono tutte le porte, anche quelle del Parlamento. Quella notte tornai a casa con 50.000 lire in tasca, più soldi di quanti ne avessi mai visti in vita mia. Mia madre pianse di gioia, mia sorella mi abbracciò e io io iniziai a capire che avevo appena venduto la mia anima al diavolo, ma il diavolo in questo caso si chiamava Bernardo Provenzano e aveva piani che andavano ben oltre Corleone.
Gli anni 70 furono quelli della mia vera educazione. Provenzano mi aveva preso sotto la sua ala, non per affetto. Quell’uomo non conosceva sentimenti, ma perché avevo dimostrato di saper portare a termine i compiti senza fare domande e soprattutto perché sapevo tenere la bocca chiusa. Salvatore mi disse un giorno del 1974, mentre eravamo nascosti in una masseria vicino Monreale, oggi inizia la tua vera formazione.
Fino ad ora hai solo fatto il corriere. Da oggi imparerai come funziona veramente questo mondo. Mi portò in una stanza segreta dietro la cucina della masseria. Dentro c’erano pile di banconote così alte che sembravano muri. Dollari americani, lire italiane, marchi tedeschi, franchi svizzeri. Una montagna di soldi che non avevo mai immaginato potesse esistere.
Questo disse aprendo le braccia come se benedicesse quel tesoro. È il nostro vero potere. Non le pistole, non la violenza, il denaro. Con i soldi compriamo tutto: giudici, prefetti, questori, deputati, senatori, anche ministri quando serve. Don Bernardo, osai chiedere, ma da dove vengono tutti questi soldi? sorrise.
Era la prima volta che lo vedevo sorridere e quella vista mi fece venire i brividi. Eroina, Salvatore. La polvere bianca che arriva dall’Afghanistan passa per la Turchia e si trasforma in oro nelle nostre raffinerie di Palermo. Una tonnellata di oppio diventa 10 tonnellate di eroina. 10 tonnellate di eroina diventano un miliardo di lire.
Un miliardo di lire diventa un deputato al Parlamento. Mi spiegò tutto nei dettagli. i laboratori nascosti nelle campagne, i contatti con i trafficanti turchi, le rotte attraverso il Mediterraneo, ma soprattutto mi spiegò la parte che mi riguardava, il riciclaggio e i pagamenti politici. “Tu diventerai il mio tesoriere”, disse.
“Ogni settimana porterai le nostre donazioni ai nostri amici di Roma, deputati della Democrazia Cristiana, socialisti, qualche liberale.” Non importa il partito, Salvatore, importa solo che votino come diciamo noi. La prima volta che andai a Roma fu nell’autunno del 1975. Portavo tre valigie, ognuna con 500 milioni di lire.
La destinazione era l’ufficio dell’onorevole Giulio Andreotti. Non lui direttamente, un uomo così importante, non si sporcava mai le mani, ma il suo segretario particolare, un ometto calvo che si chiamava Francesco Pazienza. Ah, il messaggero di don Bernardo disse quando entrai nel suo ufficio in via del corso. Puntuale come sempre.
Misi le tre valigie sulla sua scrivania, le apr, controllò rapidamente il contenuto, poi tirò fuori un taccuino e scrisse qualcosa. Dottore, pazienza! Chiesi, posso fare una domanda? Prego. L’onorevole Andreotti sa da dove vengono questi soldi? mi guardò come se fossi un bambino che aveva appena chiesto se Babbo Natale esisteva.
“Davvero, ragazzo mio”, disse ridendo. “L’onorevole Andreotti è un uomo molto intelligente, troppo intelligente per fare certe domande. Lui sa solo che ci sono delle persone in Sicilia che apprezzano il suo lavoro al governo e vogliono sostenerlo. Il resto il resto è meglio non saperlo.” Tornai in Sicilia con una consapevolezza nuova.
Non eravamo solo criminali, eravamo parte del sistema. I nostri soldi finanziavano le campagne elettorali, compravano i voti al Parlamento, corrompevano i magistrati. La cosa nostra non era più un’organizzazione che lottava contro lo stato, era diventata lo stato stesso. Provenzano mi chiamò nel suo nascondiglio quella sera.
Era euforico, più di quanto l’avessi mai visto. Salvatore disse, “Hai fatto un ottimo lavoro. Pazienza mi ha chiamato. Dice che Andreotti è molto soddisfatto della nostra collaborazione. Don Bernardo, ma come facciamo a essere sicuri che questi politici mantengano le promesse?” Semplice, li registriamo. Tirò fuori una piccola cassetta e un registratore.
Ogni incontro, ogni pagamento, ogni promessa, tutto registrato, tutto conservato. Se un giorno dovessero dimenticarsi della nostra amicizia, beh, abbiamo le prove per ricordargli chi li ha portati al potere. mi fece sentire una registrazione. Era la voce di un deputato che riconoscevo dalle televisioni.
Don Bernardo, i vostri soldi sono arrivati al momento giusto. Senza il vostro aiuto non avrei mai vinto le elezioni. State certi che al Parlamento voterò sempre secondo i vostri interessi. Chi è? Chiesi. Salvo Lima, sindaco di Palermo, poi deputato, oggi sottosegretario, un nostro uomo al 100%. Negli anni seguenti i viaggi a Roma si moltiplicarono.
Portavo valigie piene di soldi non solo ad Andreotti, ma anche a Bettino Craxi, a Flaminio Piccoli, a Calogero Mannino, sempre attraverso intermediari, sempre con la stessa procedura. Consegna silenziosa, ricevuta senza domande, promesse di fedeltà. Ma fu nel 1978 che capi fino a che punto arrivasse il nostro potere. Aldo Moro era stato rapito dalle Brigate Rosse e tutto il paese era sottosopra.
Una sera Provenzano mi chiamò urgentemente. Salvatore, domani parti per Roma. Devi portare una valigia molto speciale all’onorevole Andreotti. Quanto denaro, don Bernardo? 2 miliardi. 2 miliardi di lire. Mi cadde la mascella. Era una somma astronomica anche per i nostri standard. Don Bernardo, ma perché così tanti soldi? mi guardò con quegli occhi freddi, poi disse qualcosa che ancora oggi mi fa venire i brividi, perché Moro sa troppo sui rapporti tra noi e la politica.
Se parla, se dice quello che sa alle Brigate Rosse, addio a tutto. Per questo paghiamo Andreotti perché si assicuri che Moro non torni mai vivo a casa. Voi, voi volete che uccidano Aldo Moro? Io non voglio niente, Salvatore. Io pago solo perché le cose vadano come devono andare. Il giorno dopo ero a Roma con 2 miliardi incontanti.
Li consegnai a pazienza che per la prima volta sembrava nervoso. Di a don Bernardo che il messaggio è arrivato mi disse. L’onorevole farà il necessario 55 giorni dopo, Aldo Moro fu trovato morto in via Caetani. Ufficialmente le Brigate Rosse lo avevano giustiziato, ma io sapevo la verità. Avevo portato io stesso i soldi che avevano pagato quella morte.
Quella notte, tornando in Sicilia, capi che non eravamo più solo criminali, eravamo diventati i veri padroni d’Italia. E Bernardo Provenzano, quell’uomo silenzioso, che parlava sempre sottovoce, era il re nascosto di questa nazione. Ma i re, anche quelli nascosti, prima o poi cadono e quando cadono trascinano con sé tutti i loro sudditi.
Gli anni 80 furono il nostro momento di massimo splendore. Provenzano era diventato il vero capo dei capi, anche se nessuno lo sapeva. Riina faceva rumore, ammazzava, si faceva notare. Abinnu Utratu comandava dal silenzio, muovendo i fili come un burattinaio invisibile. Io ero diventato il suo braccio destro per i rapporti con Roma.
Ogni mese facevo almeno tre viaggi nella capitale, sempre con valigie piene di denaro, sempre per nutrire quella bestia affamata che era la politica italiana. Salvatore mi disse una mattina del 1982 mentre eravamo nascosti in un casolare vicino Bagheria. Oggi devi andare a Roma per un incontro molto importante.
Non porterai solo soldi, porterai un messaggio. Che tipo di messaggio, don Bernardo? Il tipo di messaggio che può cambiare il corso della storia italiana. Mi spiegò tutto nei dettagli. C’era stata la nascita della P2 di Licio Jelly, ma quella loggia segreta era diventata troppo visibile, troppo pericolosa.
Il governo Spadolini era caduto e si stava formando un nuovo esecutivo. Era il momento di investire sui cavalli vincenti. “Devi andare da Craxi”, mi disse Bettino Craxi sarà il prossimo presidente del consiglio e noi lo abbiamo aiutato a arrivare fin lì. Ora è tempo che ci restituisca il favore. Il portavo 5 miliardi di lire. 5 miliardi, una cifra che oggi non riesco neanche a immaginare.
Li nascosi in tre valigie diplomatiche che un nostro amico dell’ambasciata siciliana ci aveva procurato. L’incontro con Craxi non fu diretto. Come sempre passai attraverso un intermediario. Claudio Martelli, il suo braccio destro. Ci incontrammo in una villa privata a Castel Gandolfo, lontano da occhi indiscreti. Martelli era un uomo elegante, con i modi sofisticati di chi aveva studiato nelle università migliori, ma quando vide quelle valigie, i suoi occhi brillarono come quelli di un bambino davanti ai dolci. “C miliardi” disse controllando
il contenuto. “I vostri amici siciliani sono sempre molto generosi”. Don Bernardo manda anche un messaggio dissi tirando fuori una lettera sigillata. Martelli la aprì e la lesse in silenzio. Poi alzò lo sguardo verso di me. Di a don Bernardo che Bettino ha ricevuto il messaggio e che può contare sulla nostra collaborazione.
Che tipo di collaborazione? Il tipo che serve per tenere lontano dalla Sicilia certi magistrati troppo curiosi. Il tipo che serve per ammorbidire certe leggi sull’antiriciclaggio. Il tipo che serve per far dimenticare alla politica italiana che esiste qualcosa chiamato Cosa Nostra. Tornai in Sicilia con la sensazione che avessimo appena comprato l’Italia intera. E in effetti era così.
Craxi divenne presidente del Consiglio nel 1983 e da quel momento iniziò l’età dell’oro per la mafia. I processi si impantanavano, i pentiti sparivano, i magistrati scomodi venivano trasferiti in sedi periferiche. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino cominciavano a dare fastidio con le loro indagini, ma avevamo amici potenti che li tenevano a bada.
Salvatore mi disse Provenzano nell’estate del 1985, è arrivato il momento di fare il grande salto. Che cosa intende don Bernardo? Intendo che dobbiamo comprare non solo i politici, ma anche i loro elettori. Dobbiamo controllare i voti, non solo i votati. mi spiegò il piano più geniale che avessi mai sentito, utilizzando le nostre ramificazioni in tutta Italia, perché nel frattempo la Cosa Nostra si era espansa al nord, aveva creato alleanze con l’andrangheta e la camorra, avremmo finanziato direttamente le campagne elettorali locali, sindaci,
assessori, consiglieri comunali, una rete capillare di potere che partiva dai paesini della Calabria e arrivava fino ai salotti buoni di Milano. Ma il pezzo forte, continuò, sarà il controllo degli appalti pubblici. Ogni strada, ogni ponte, ogni edificio pubblico costruito in Italia porterà la nostra firma e una percentuale dei costi finirà nelle nostre casse.
Iniziai a viaggiare non solo per Roma, ma per tutta Italia. Portavo soldi a politici di ogni colore, democristiani in Veneto, socialisti in Toscana, comunisti in Emilia-Romagna. Non importava l’ideologia, importava solo la disponibilità a chiudere un occhio sui nostri affari. Ricordo un incontro particolarmente significativo a Milano, nell’inverno del Ponimo Mozzato Totias. 1986.
Dovevo portare 2 miliardi a un gruppo di imprenditori del Nord che stavano finanziando la campagna elettorale di diversi candidati al Parlamento. L’incontro si tenne in un ristorante elegante in Brera. C’erano Silvio Berlusconi, ancora poco conosciuto fuori dalla Lombardia, alcuni dirigenti della Finvest e un paio di politici milanesi.
“I nostri amici del Sud”, disse Berlusconi brindando con champagne, “cci stanno aiutando a costruire un’Italia nuova, un’Italia dove gli affari possono prosperare senza le interferenze dello Stato.” Quello fu il momento in cui capi che la Cosa Nostra non era più solo un’organizzazione siciliana, era diventata il collante segreto che teneva insieme il potere italiano.
Il nostro denaro sporco si mescolava con quello pulito degli imprenditori del nord, creando una miscela esplosiva che avrebbe cambiato per sempre la faccia dell’Italia. Ma come tutte le cose troppo belle per essere vere, anche il nostro regno aveva un punto debole, l’avidità. Più soldi facevamo, più ne volevamo, più potere avevamo, più ne cercavamo e questa fame insaziabile ci avrebbe portato alla rovina.
Una sera del 1987 Provenzano mi chiamò nel suo nascondiglio con un’espressione preoccupata. Era la prima volta che lo vedevo davvero inquieto. Salvatore mi disse, “abbbiamo un problema. Un grosso problema”. Che tipo di problema, don Bernardo? Il tipo di problema che potrebbe far crollare tutto quello che abbiamo costruito si chiama Giovanni Falcone.
Giovanni Falcone era diventato il nostro incubo. Quel magistrato siciliano con gli occhiali e la faccia da impiegato di banca aveva capito tutto, non solo i nostri traffici di droga, ma soprattutto i nostri legami con la politica e stava preparando un’inchiesta che avrebbe fatto saltare in area mezza Italia. Don Bernardo dissi quella sera del 1987, cosa possiamo fare? Provenzano camminava nervosamente nella stanza.
Per la prima volta in 20 anni che lo conoscevo sembrava aver perso la sua proverbiale calma. Abbiamo già provato a comprarlo disse. Gli abbiamo fatto arrivare proposte attraverso intermediari. Milioni di lire, una villa al mare, la protezione per la famiglia. Ha rifiutato tutto e gli amici di Roma non possono fermarlo. Ci stanno provando.
Andreotti ha fatto pressioni per farlo trasferire. Craxi ha bloccato alcuni fondi per la sua scorta. Ma quel cane bastardo non molla. Il piano che Provenzano aveva elaborato era semplice e terrificante. Eliminare fisicamente Falcone, ma non con una semplice esecuzione. Doveva essere qualcosa di eclatante che mandasse un messaggio chiaro a tutti gli altri magistrati.
Chi tocca la cosa nostra muore. Salvatore mi disse, questa volta non andrai a Roma per portare soldi, andrai per comprare esplosivo. Esplosivo mezzo quintale di tritolo, abbastanza per far saltare in aria un palazzo intero. Il viaggio a Roma di quel periodo fu il più angosciante della mia vita.
Non portavo valigie di denaro, ma i soldi per acquistare la morte di un uomo che stava solo facendo il suo lavoro. Un uomo che aveva capito che la mafia non era solo un problema siciliano, ma il cancro che stava divorando l’Italia intera. L’esplosivo lo comprammo da un gruppo di ex terroristi delle Brigate Rosse che erano passati al crimine comune, gente che conosceva bene la chimica della morte.
Il contatto me lo aveva procurato lo stesso Francesco Pazienza, l’uomo di Andreotti. di ai tuoi amici siciliani”, mi disse pazienza durante la consegna che l’onorevole non sa niente di questa operazione. Ufficialmente non è mai successo niente. “E se qualcosa dovesse andare storto, allora i tuoi amici siciliani si arrangeranno da soli.
” L’onorevole ha già dato abbastanza. Tornai in Sicilia con il tritolo nascosto nel doppio fondo di una Fiat 127. Durante tutto il viaggio pensavo a quello che stavo facendo. Non stavo solo trasportando esplosivo, stavo trasportando la fine di un’epoca, la fine dell’illusione che potessimo continuare a comandare dall’ombra senza mai pagare le conseguenze.
L’attentato a Falcone fu pianificato nei minimi dettagli. La strada di Capaci, le lamiere di metallo per concentrare l’esplosione, il telecomando per far saltare tutto al momento giusto. Io non partecipai direttamente all’esecuzione. Quella la lasciamo a Giovanni Brusca, il nostro migliore esperto di bombe, ma ero lì nascosto dietro una collina quando tutto saltò in aria.
Il boato fu terrificante. L’auto di Falcone volò letteralmente per aria, trasformandosi in una palla di fuoco. Con lui morirono anche sua moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta. Cinque persone innocenti che pagarono per la nostra paranoia. Quella sera, tornato al nascondiglio, trovai Provenzano in uno stato che non gli avevo mai visto.
Non era soddisfatto, era terrificato. “Abiamo fatto una cazzata, Salvatore”, mi disse. “Una cazzata enorme. Ma don Bernardo, abbia eliminato il nostro nemico principale.” “No, coglione!” Esplose per la prima volta in 20 anni. Abbiamo svegliato un gigante che dormiva. Adesso tutto l’Italia sarà contro di noi. Adesso non potremo più nasconderci. Aveva ragione.
L’assassinio di Falcone scatenò una reazione che non avevamo previsto, non solo da parte dello Stato, ma anche dell’opinione pubblica. Per la prima volta nella storia italiana la gente scese in piazza non per protestare contro il governo, ma per protestare contro di noi. E i nostri amici politici sparirono come neve al sole.
Andreotti iniziò a negare ogni rapporto con la mafia. Craxi, già sotto processo per Tangentopoli, non poteva più proteggerci. I nostri soldi non servivano più a niente perché nessuno voleva più essere associato pubblicamente alla cosa Nostra. Don Bernardo dissi una sera di luglio del 1992. Forse è il momento di fermarci, di sparire, di lasciare che le cose si calmino.
È troppo tardi, Salvatore, troppo tardi per tutto. Aveva ragione anche stavolta. Poche settimane dopo ammazzammo anche Paolo Borsellino con un’auto bomba in via D’Amelio. Ma quello fu il colpo di grazia alle nostre speranze di sopravvivenza. L’Italia intera si rivoltò contro di noi. Iniziarono gli arresti a catena. Totoriina fu preso nel gennaio del 1993, poi toccò a tutti gli altri boss uno dopo l’altro.
La nostra organizzazione, che per decenni era stata invincibile, si sgretolava come un castello di sabbia. Provenzano riuscì a scappare e a nascondersi. Io fortunatamente non ero abbastanza importante per essere ricercato attivamente, ma la nostra epoca era finita. L’epoca in cui la mafia comandava l’Italia dall’ombra, comprando politici come se fossero prosciutti al mercato, era tramontata per sempre, o almeno così credevo.
Sono passati 30 anni da quel maledetto maggio del 1992. 30 anni in cui ho vissuto nascosto come un fantasma del passato, portandomi dentro segreti che potrebbero ancora oggi far tremare l’Italia. Ma il cancro che mi sta divorando le viscere mi ha fatto capire una cosa. Non posso portare questa verità nella tomba.
Dopo l’arresto di Riina, Provenzano sparì nel nulla. Ufficialmente le forze dell’ordine lo cercavano ovunque. Nella realtà alcuni dei nostri vecchi amici politici, quelli sopravvissuti a mani pulite, lo stavano proteggendo perché Binnu Utratturi conosceva troppi segreti, aveva troppe registrazioni, troppi documenti compromettenti.
“Salvatore” mi disse durante quello che sarebbe stato il nostro ultimo incontro nell’estate del Miimi Nintom 1993. Da oggi in poi farai una cosa molto importante. Diventerai il guardiano della memoria. Eravamo in una masseria abbandonata vicino Trapani. Provenzano aveva invecchiato di 10 anni in pochi mesi.
I capelli completamente bianchi, le maniche trema lo sguardo di un uomo che sapeva di essere braccato. Che cosa intende don Bernardo? Intendo che tu conserverai tutto, tutte le registrazioni, tutti i documenti, tutte le prove dei nostri rapporti con la politica. E se un giorno dovessi essere arrestato, se dovessi finire in carcere, userai tutto questo materiale per salvare la pelle.

Mi consegnò tre valigie metalliche. Dentro c’erano cassette audio, fotografie, documenti firmati, ricevute di pagamenti. Una vita intera di corruzione e complicità, documentata in ogni dettaglio. Qui dentro disse aprendo la prima valigia. Ci sono le prove che Giulio Andreotti ha preso soldi dalla Cosa Nostra per 40 anni. Non milioni Salvatore, miliardi.
E in cambio ci ha protetto, ci ha coperto, ci ha aiutato a eliminare i magistrati scomodi. Nella seconda valigia c’erano i documenti su Bettino Craxi, trasferimenti bancari, conti segreti in Svizzera, lettere autografe in cui prometteva protezione in cambio di finanziamenti. E questa disse aprendo la terza valigia, è la più importante di tutte.
Dentro c’erano le prove del coinvolgimento della mafia nell’assassinio di Aldo Moro. Non solo la registrazione della nostra conversazione del 1978, ma anche documenti che dimostravano come alcuni servizi segreti deviati avessero collaborato con noi per eliminare il leader democristiano. Moro stava per rivelare tutto, mi spiegò. I suoi rapporti con noi, i finanziamenti che la Democrazia Cristiana riceveva dalla droga, l’accordo segreto per spartirsi i voti del Sud, per questo doveva morire.
Ma don Bernardo, se queste prove venissero fuori, se queste prove venissero fuori, cadrebbe la Repubblica Italiana. Per questo le userai solo se non avrai altra scelta, solo se la tua vita sarà in pericolo. Provenzano sparì quella notte. Non lo rividi mai più fino al giorno del suo arresto. Nel 2006, 43 anni dall’attitante, protetto da una rete di complicità che arrivava fino ai palazzi del potere romano.
Io invece vissi nell’ombra. Mi trasferìi al nord, cambiai identità, aprì una piccola attività commerciale. Per anni nessuno si ricordò di Salvatore Rina, il corriere silenzioso di Bernardo Provenzano. Ero diventato un pensionato qualunque con una vita normale e un passato sepolto, ma i segreti alla lunga pesano come macigni.
E quando scoprì di avere il cancro, capì che era arrivato il momento di parlare. Le prime rivelazioni le feci a un giornalista di Palermo, Roberto Saviano, no, non quello famoso. Un altro Saviano, un cronista locale che stava indagando sui rapporti tra mafia e politica negli anni 80. Gli diedi solo alcune informazioni per testare le reazioni.
Il giornale pubblicò un articolo bomba. I soldi della mafia ad Andreotti. Apriti cielo. Querele, smentite, minacce, ma anche conferme inaspettate. Altri pentiti iniziarono a parlare confermando quello che io avevo rivelato. Fu allora che capì. La verità voleva uscire. Dopo 30 anni di silenzio, tutti i nodi stavano venendo al pettine.
L’ultima volta che aprì quelle tre valigie fu 6 mesi fa. Le registrazioni erano ancora perfettamente audibili, i documenti intatti, 40 anni di storia italiana nascosti in pochi metri quadrati di metallo. C’è una registrazione in particolare che mi ha sempre colpito. È del 1985 durante un incontro tra Provenzano e un emissario di Andreotti.
Stavano discutendo l’eliminazione di un magistrato di Palermo che stava indagando sui nostri affari. Don Bernardo dice la voce dell’emmissario, l’onorevole vi assicura che il problema sarà risolto. Il magistrate verrà trasferito in Sardegna entro un mese e se dovesse rifiutare il trasferimento?” chiede Provenzano. “allora allora dovrete pensarci voi.
” “Bene, ma se dovessimo pensarci noi, l’onorevole dovrà pagare un extra.” 200 milioni. 200 milioni per un magistrato, 200 milioni per il silenzio eterno. Quel magistrato fu davvero trasferito in Sardegna, ma 3 anni dopo, quando iniziò a indagare anche là sui nostri traffici, fu trovato morto in circostanze misteriose.
“Un incidente stradale”, dissero. “Una curva presa male in una notte di pioggia. Io so che non fu un incidente e ho anche le prove di chi lo ordinò”. Ecco perché oggi a 82 anni con la morte che mi respira sul collo, ho deciso di raccontare tutto, non per vendetta, non per orgoglio, ma perché la verità ha il diritto di esistere, anche se brucia tutto quello che tocca.
Bernardo Provenzano è morto in carcere nel 2016, portando con sé molti segreti. Giulio Andreotti è morto nel 2013, sempre negando ogni rapporto con la mafia. Bettino Craxi è morto in Tunisia nel 2000, Esule e Fuggiasco, ma i documenti sono ancora qui, le registrazioni sono ancora qui e io sono ancora qui, almeno per poco.
Tra una settimana consegnerò tutto alla Procura di Palermo. Tre valigie che contengono 40 anni di storia segreta italiana. Una storia fatta di soldi sporchi, di voti comprati, di morti ammazzati per mantenere il silenzio. Una storia che iniziò con un ragazzo di 19 anni che portava una valigia da Corleone a Palermo e che finisce con un vecchio malato che vuole morire con la coscienza pulita.
Non so cosa succederà quando questa verità verrà fuori. Probabilmente molti diranno che sono un vecchio che delira, un pentito dell’ultima ora che si inventa tutto per avere un po’ di notorietà prima di morire. Ma io so quello che ho visto, so quello che ho fatto e so che l’Italia che tutti conosciamo è stata costruita anche con i nostri soldi sporchi, con i nostri voti comprati, con i nostri silenzi pagati a peso d’oro.
Bernardo Provenzano non era solo un boss mafioso, era il re nascosto d’Italia e io ero la sua ombra. Ora che l’ombra sta per sparire, è giusto che la luce illumini tutto quello che per troppo tempo è rimasto al buio, anche se questa luce dovesse bruciare tutto quello che tocca. M.
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