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Vecchio Boss della Cosa Nostra SVELA: I POLITICI PAGAVANO A Bernardo Provenzano

Mi chiamo Salvatore Riina. No, non quello che pensate. Sono solo un vecchio che porta lo stesso cognome maledetto, ma che per 40 anni è stato l’ombra di Bernardo Provenzano. Oggi, a 82 anni, con il cancro che mi divora le viscere e i carabinieri che non mi cercano più, posso finalmente parlare, perché quello che so potrebbe far crollare mezza Italia.

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Era il 1963 quando incontrai per la prima volta Binnu U tratturi. Avevo 19 anni e la fame mi mordeva lo stomaco nella borgata di Corleone. Mio padre, un pastore senza terre, era stato ammazzato per aver rifiutato di pagare il pizzo a un boss locale. Mia madre piangeva ogni notte e mia sorella Mia sorella aveva iniziato a guardarmi con quegli occhi che dicevano: “Salvatore, fai qualcosa o moriamo di fame?” Fu don Luciano Liggio a portarmi da Provenzano.

“Questo ragazzo ha il fuoco negli occhi e il silenzio nella bocca”, disse mentre mi spingeva in una stalla abbandonata nelle campagne di Corleone. Dentro, seduto su una cassetta di legno, c’era un uomo magro con i capelli già brizzolati, nonostante avesse poco più di 30 anni. “Non alzò nemmeno lo sguardo quando entrai.

” “Tu sei il figlio di Antonino Riina, il pastore”, disse con quella voce bassa che sarebbe diventata la colonna sonora della mia vita. Tuo padre era un uomo d’onore. Non si piegò mai. Sì, don Bernardo risposi, anche se nessuno mi aveva detto come chiamarlo. Bene, allora anche tu hai l’onore nel sangue. Finalmente mi guardò. Quegli occhi freddi, quasi grigi, mi attraversarono l’anima.

Ma l’onore da solo non riempie le pance. Vuoi lavorare per me? Non sapevo ancora cosa significasse lavorare per Bernardo Provenzano. Pensavo fosse come tutti gli altri boss, estorsioni, rapine, qualche omicidio qua e là. Madonna, quanto ero ingenuo. Il primo incarico fu semplice. Portare una valigia da Corleone a Palermo.

Non aprirla, non guardarci dentro, non fare domande, mi disse. Vai al Palazzo dei Normanni, chiedi del deputato Calogero Vizzini e dagli questa valigia. Se ti chiede chi te l’ha mandata, dicio. L’amico di Corleone. Il viaggio in autobus durò due ore. Tenevo quella valigia sulle ginocchia come se contenesse il santo gral.

Pesava come un morto. Quando arrivai al palazzo, il deputato Vizzini mi aspettava già. Un uomo grasso, con i baffi curati e l’abito elegante. Mi prese la valigia senza dire una parola, ma prima di andarmene mi mise una mano sulla spalla. Ragazzo, disse, “tu non mi hai mai visto e io non ho mai visto te”. Capito? Capito? Onorevole. Bravo.

E saluta l’amico di Corleone. Digli che tutto procede secondo i piani. Tornai da Provenzano quella sera stessa. Lo trovai nella stessa stalla, ma questa volta non era solo. C’erano altri uomini, tutti con le facce segnate dalla vita di strada. Quando entrai smisero di parlare. “È andato tutto bene, don Bernardo”, dissi.

Lo so già”, rispose senza alzare lo sguardo. “Il deputato mi ha chiamato. Dice che sei un bravo ragazzo, che sai stare al tuo posto.” Fu allora che capì, non era solo un boss della mafia, era qualcosa di molto più grande. E io, senza saperlo, ero appena diventato un ingranaggio di una macchina che controllava non solo le strade di Sicilia, ma anche i palazzi del potere.

Salvatore” disse alzandosi dalla cassetta, “da oggi farai parte della famiglia, ma ricordati una cosa, qui non si parla mai, non si vedeva mai, non si sente mai. Il silenzio è la nostra arma più potente.” “Sì, Don!” Bernardo e un’altra cosa, si avvicinò a me fino a quando riuscì a sentire il suo respiro. Quello che hai portato oggi a Palermo era solo l’inizio.

Presto scoprirai che la vera forza della Cosa Nostra non sono le lupare, ma i soldi. E i soldi, i soldi aprono tutte le porte, anche quelle del Parlamento. Quella notte tornai a casa con 50.000 lire in tasca, più soldi di quanti ne avessi mai visti in vita mia. Mia madre pianse di gioia, mia sorella mi abbracciò e io io iniziai a capire che avevo appena venduto la mia anima al diavolo, ma il diavolo in questo caso si chiamava Bernardo Provenzano e aveva piani che andavano ben oltre Corleone.

Gli anni 70 furono quelli della mia vera educazione. Provenzano mi aveva preso sotto la sua ala, non per affetto. Quell’uomo non conosceva sentimenti, ma perché avevo dimostrato di saper portare a termine i compiti senza fare domande e soprattutto perché sapevo tenere la bocca chiusa. Salvatore mi disse un giorno del 1974, mentre eravamo nascosti in una masseria vicino Monreale, oggi inizia la tua vera formazione.

Fino ad ora hai solo fatto il corriere. Da oggi imparerai come funziona veramente questo mondo. Mi portò in una stanza segreta dietro la cucina della masseria. Dentro c’erano pile di banconote così alte che sembravano muri. Dollari americani, lire italiane, marchi tedeschi, franchi svizzeri. Una montagna di soldi che non avevo mai immaginato potesse esistere.

Questo disse aprendo le braccia come se benedicesse quel tesoro. È il nostro vero potere. Non le pistole, non la violenza, il denaro. Con i soldi compriamo tutto: giudici, prefetti, questori, deputati, senatori, anche ministri quando serve. Don Bernardo, osai chiedere, ma da dove vengono tutti questi soldi? sorrise.

Era la prima volta che lo vedevo sorridere e quella vista mi fece venire i brividi. Eroina, Salvatore. La polvere bianca che arriva dall’Afghanistan passa per la Turchia e si trasforma in oro nelle nostre raffinerie di Palermo. Una tonnellata di oppio diventa 10 tonnellate di eroina. 10 tonnellate di eroina diventano un miliardo di lire.

Un miliardo di lire diventa un deputato al Parlamento. Mi spiegò tutto nei dettagli. i laboratori nascosti nelle campagne, i contatti con i trafficanti turchi, le rotte attraverso il Mediterraneo, ma soprattutto mi spiegò la parte che mi riguardava, il riciclaggio e i pagamenti politici. “Tu diventerai il mio tesoriere”, disse.

“Ogni settimana porterai le nostre donazioni ai nostri amici di Roma, deputati della Democrazia Cristiana, socialisti, qualche liberale.” Non importa il partito, Salvatore, importa solo che votino come diciamo noi. La prima volta che andai a Roma fu nell’autunno del 1975. Portavo tre valigie, ognuna con 500 milioni di lire.

La destinazione era l’ufficio dell’onorevole Giulio Andreotti. Non lui direttamente, un uomo così importante, non si sporcava mai le mani, ma il suo segretario particolare, un ometto calvo che si chiamava Francesco Pazienza. Ah, il messaggero di don Bernardo disse quando entrai nel suo ufficio in via del corso. Puntuale come sempre.

Misi le tre valigie sulla sua scrivania, le apr, controllò rapidamente il contenuto, poi tirò fuori un taccuino e scrisse qualcosa. Dottore, pazienza! Chiesi, posso fare una domanda? Prego. L’onorevole Andreotti sa da dove vengono questi soldi? mi guardò come se fossi un bambino che aveva appena chiesto se Babbo Natale esisteva.

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