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“Volevano copiare un fucile sovietico, ma finirono per creare un’arma che cambiò molte battaglie.”

Quando le battaglie della guerra dei sei giorni si conclusero con una vittoria israeliana che stupì il mondo, nei corridoi del Ministero della Difesa a Tela Avivumava un altro tipo di battaglia, una battaglia silenziosa, ma altrettanto cruciale. I rapporti militari si accumulavano sulle scrivanie dei generali, pagina dopo pagina di testimonianze identiche, inceppamenti, malfunzionamenti, perdite evitabili.

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Il deserto aveva rivelato una verità scomoda che nessuno voleva ammettere pubblicamente. Le armi occidentali, quelle belle, precise, costose armi belghe e americane su cui Israele aveva investito fortune, non erano adatte al teatro operativo medioentale, non erano fatte per combattere in un ambiente dove la sabbia era onnipresente come l’aria, dove le temperature oscillavano dai 40° di giorno allo zero della notte, dove un soldato doveva poter contare sulla propria arma come su un fratello. E poi c’era l’altra realtà,

quella ancora più inquietante. Dall’altra parte del campo di battaglia i soldati egiziani e siriani combattevano con AK47 sovietici. Quelle armi rozze semplici, apparentemente primitive, continuavano a sparare sempre. La sabbia entrava, sparavano, il fango ostruiva il meccanismo, sparavano, cadevano nell’acqua, venivano calpestate, dimenticate sotto il sole per giorni, sparavano ancora.

Era un’arma che sembrava immune alle leggi della fisica, della logica, del buon senso ingegneristico occidentale. Era un’arma che funzionava, punto. E questa semplicità brutale stava salvando vite dall’altra parte, mentre costava vite da questa. Nei mesi successivi alla guerra, mentre il mondo celebrava la vittoria israeliana come un miracolo militare, negli arsenali segreti del Mossad e dell’intelligence militare si svolgeva un’operazione diversa.

Agenti in borghese setacciavano i campi di battaglia abbandonati, raccogliendo con cura metodica ogni AK47 catturato. Non erano trofei, erano puzzle da decifrare, segreti da svelare. Ogni fucile veniva portato nelle officine di Ramatharon, smontato bullone per bullone, studiato con l’intensità di archeologi che esaminano manufatti di una civiltà perduta.

Gli ingegneri israeliani, alcuni dei quali sopravvissuti ai campi di concentramento europei, altri giovani nati nei Kibut, si chinavano su quei pezzi di metallo nemico con una miscela di ammirazione riluttante e determinazione feroce. Israel Galil e Jacov Lior erano due di quegli ingegneri. Galil, nato Balashnikov in Polonia, aveva cambiato nome quando era emigrato in Palestina prima della guerra.

aveva vissuto sulla propria pelle cosa significasse essere disarmato di fronte al nemico. Lior, più giovane, era un genio della meccanica, uno di quei talenti naturali che vedono soluzioni dove altri vedono solo problemi. insieme formavano una coppia improbabile ma perfetta e insieme ricevettero l’incarico che avrebbe cambiato la storia, creare un fucile israeliano che combinasse l’affidabilità brutale dell’H47 con la precisione e l’ergonomia occidentale.

Un’arma che potesse funzionare nel deserto come in montagna, nella pioggia come nella polvere. un’arma che non tradisse mai, ma c’era un problema, anzi ce n’erano moltissimi. Copiare l’H47 non era semplice come sembrava. Michael Kalashnikov aveva creato qualcosa che andava oltre la mera ingegneria. aveva forgiato un’arma la cui essenza stessa era la semplicità funzionale.

Ogni tentativo di migliorare il progetto rischiava di distruggerne l’equilibrio perfetto. Eppure limitarsi a copiarlo sarebbe stato un fallimento strategico e morale. Israele non poteva permettersi di dipendere da un clone di un’arma nemica. doveva creare qualcosa di proprio, qualcosa che portasse l’impronta del suo genio, della sua necessità, del suo spirito di sopravvivenza.

Così nelle notti insonni del 1967 e del 1968, mentre le scaramucce continuavano lungo il canale di Suez e nelle alture del Golan, Galil e Lior lavoravano, smontavano AK47, studiavano il meccanismo a gas, analizzavano la semplicità del sistema di chiusura, ma guardavano anche altrove, al fucile finlandese Valmet, che aveva già tentato di occidentalizzare il design sovietico, alle soluzioni ergonomiche dell’M16 americano, alle tecniche di produzione che avrebbero permesso a Israele di fabbricare l’arma in casa.

Ogni disegno, ogni prototipo era un passo verso qualcosa di nuovo, qualcosa che nessuno aveva mai visto prima. Sul tavolo da lavoro, smontato in dozzine di componenti ordinati giaceva un AK47 catturato. Era un esemplare ben tenuto, probabilmente appartenuto a un ufficiale egiziano. Galil osservava come un maestro scacchista.

Osserva una partita particolarmente brillante dell’avversario. C’era una logica in quel design, una filosofia. Ogni pezzo era robusto, sovradimensionato rispetto agli standard occidentali. Le tolleranze erano ampie, quasi generose. Non c’era la precisione millimetrica dei fucili tedeschi o bel, quella ricerca ossessiva della perfezione che rendeva le armi occidentali così belle da vedere e così fragili da usare in condizioni estreme.

No, nell’H47 c’era qualcosa di diverso. C’era la comprensione profonda che un soldato non è un tiratore olimpico in un poligono sterile. Un soldato combatte nel fango, nella neve, nella sabbia. Un soldato ha freddo, paura, le mani che tremano e l’arma deve funzionare comunque sempre. Jacov Lior entrò nell’officina portando una cartella di disegni tecnici.

Era appena tornato dalla Finlandia dove aveva studiato il Valmet M62, la versione finlandese dell’AK47. I finlandesi, confinanti con l’Unione Sovietica e ben consci della potenza dell’Armata Rossa, avevano fatto qualcosa di intelligente dopo la Seconda Guerra Mondiale. Avevano preso il design del Kalashnikov e lo avevano adattato alle loro esigenze, mantenendone l’affidabilità, ma migliorandone l’ergonomia e la precisione.

Il risultato era un’arma ibrida, metà sovietica e metà occidentale che funzionava sorprendentemente bene nelle condizioni artiche scandinave. Guarda questo” disse Lior spiegando i disegni sul tavolo accanto all’Accato. Ai finlandesi hanno capito qualcosa di fondamentale. Non hanno cercato di reinventare il meccanismo.

Hanno mantenuto il sistema a gas a pistone, la chiusura rotante, l’affidabilità di base, ma hanno cambiato tutto il resto, il calcio, l’impugnatura, il sistema di mira. l’hanno reso più adatto ai loro soldati e alle loro condizioni. Galil annuì lentamente le dita che tracciavano i contorni dei disegni.

È questo che dobbiamo fare anche noi, ma dobbiamo andare oltre. Il deserto israeliano non è la tundra finlandese. I nostri soldati non sono coscritti finlandesi che difendono boschi e laghi. Noi combattiamo in un ambiente dove ogni grammo di peso conta, dove il calore può deformare il metallo, dove la sabbia è fine come polvere di talco e penetra ovunque. E così cominciò il vero lavoro.

Non era copiare, era comprendere, decostruire, ricostruire. Il team di Galil e Lior crebbe rapidamente. Altri ingegneri si unirono, alcuni dall’industria civile, altri dall’esercito. C’erano veterani che avevano combattuto nel Sinai e potevano raccontare esattamente cosa era andato storto con le armi esistenti.

C’erano giovani progettisti appena usciti dal Technion, l’MIT israeliano, con teorie nuove e idee fresche. C’erano tecnici che conoscevano ogni segreto della metallurgia, della balistica, della produzione industriale. Il primo prototipo fu pronto nell’autunno del 1968. Sembrava un A47. Questo era innegabile. Il sistema a gas era quasi identico.

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