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D’Annunzio: Il Lato Oscuro del Poeta-Soldato

Ardisco offrire al popolo italiano  tutto quel che mi rimane e tutto quel che da oggi io sia per acquistare o  per aumentare col mio rinnovato lavoro.   Non pingue retaggio di ricchezza inerte,  ma nudo retaggio di immortale spirito. Già vano celebratore di palagi insigni e  di ville sontuose, io son venuto a chiudere   la mia tristezza e il mio silenzio in questa  vecchia casa colonica, non tanto per umiliarmi,   quanto per porre a più difficile prova la  mia virtù di creazione e trasfigurazione.

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Tutto, infatti, è qui da me creato o trasfigurato.  Tutto qui mostra le impronte del mio stile,   nel senso che io voglio dare allo stile. Il  mio amore d’Italia, il mio culto delle memorie,   la mia aspirazione all’eroismo, il mio  presentimento della patria futura si   manifestano qui in ogni ricerca di linea,  in ogni accordo o disaccordo di colori.

Non qui risanguinano le reliquie  della nostra guerra?   E non qui parlano o cantano le  pietre superstiti delle città gloriose? Ogni rottame rude è qui  incastonato come una gemma rara.   La grande prova tragica della nave Puglia  è posta in onore e in luce sul poggio, come nell’oratorio il brandello insanguinato  del compagno eroico ucciso.

E qui non a impolverarsi, ma a vivere,   sono collocati i miei libri di studio in così gran  numero e di tanto pregio che superano forse ogni   altra biblioteca di solitario studioso. Tutto qui  è dunque una forma della mia mente, un aspetto   della mia anima, una prova del mio fervore.

Come  la morte darà la mia salma all’Italia amata,   così mi sia concesso preservare il meglio della  mia vita in questa offerta all’Italia amata. È straordinario il percorso fatto da  D’Annunzio se si pensa che lui è nato   nel 1863, ovvero 2 anni dopo l’unità  d’Italia, a Pescara che allora era un   piccolissimo, minuscolo paese e da lì  è partito alla conquista del mondo.

Gabriele D’Annunzio nasce a Pescara,  in Abruzzo. Allora, un piccolo borgo   di non più di 4.000 abitanti che fino al 1860  aveva fatto parte del Regno delle due Sicilie.   Francesco Paolo, il padre, è un uomo  impetuoso e sbruffone con cui Gabriele   ha un rapporto conflittuale, anche se  riconosce di aver preso da lui la potenza, l’impeto, la sensualità, la crudeltà, la prodigalità, l’amore dei cani e dei cavalli,   quel dei profumi e delle donne e dei frutti, il piacere dello sperpero.

Gabriele cresce accudito dalla madre, Luisa de Benedictis, e dalle tre sorelle che lo trattano come un principe. È quindi un vero colpo per lui trovarsi  catapultato a soli 11 anni nelle aule austere   del reale collegio Cicognini di Prato. Anni dopo,  sia pure convinto della buona educazione ricevuta in collegio, primo teatro dei suoi talenti  non comuni, se ne vendicherà definendolo un gran seminario laicale, istituito per isterilire  e inaridire le più fervide semenze.

D’Annunzio, fin dall’inizio, fin dalla sua più tenera età,  cresce in un’Italia modesta, un’Italia che non osa fare una politica estera di grande potenza  e non è una grande potenza. Un’Italia che non si avventura come le altre grandi potenze europee  nella conquista coloniale, che dà a D’Annunzio la convinzione di vivere in una mediocre Italia,  dalla quale lui vuole uscire.

E fin dall’inizio   noi abbiamo le testimonianze attraverso le lettere  che il giovane D’Annunzio scrive a suo padre,   scrive ai suoi amici, che lui ha un fortissimo  orgoglio personale che proietta poi in un orgoglio   nazionale, ma che non trova corrispondenza in  quella che è l’Italia di quello di quel periodo. È il 1881 quando, terminati gli studi  liceali, D’Annunzio si trasferisce a Roma,   dove si scrive alla Facoltà di Lettere e  Filosofia, anche se nelle aule universitarie   lo si vede pochissimo. Sono gli anni della  crescita degli affari e delle banche,

dello sviluppo edilizio, degli  accesi dibattiti parlamentari. Ma tutto questo a Gabriele interessa poco o nulla. Piccolo, 1,64 cm, il naso pronunciato,  ridimensionato dalla fronte alta  e dagli acuti occhi grigi, la barba e i baffetti  biondi, che ravvivano un colorito pallido. Gabriele è fin da subito incantato da quello che definirà:  “L’amore sensuale dell’eterna Roma.

” Nei suoi primi anni romani viene descritto  come uno scalatore sociale, affannato a entrare nel mondo dell’aristocrazia. La realtà è che Gabriele, insieme al culto del lusso, ha quello del bello. Le donne, gli oggetti d’arredo, gli abiti, le opere d’arte  che cerca nei musei, nelle antiche case patrizie,   in quel mondo indolente e raffinato che di lì a  poco l’avrebbe eletto proprio campione di eleganza.

Ama e studia anche la filologia romanza, la  lingua e la letteratura francese e ritrova  nei classici la perfezione della forma e del ritmo  a cui si sarebbe dedicato per tutta la vita. Comincia a farsi conoscere come conversatore  impeccabile, come poeta, e i suoi scritti,   recensioni e cronache mondane escono sulle riviste  romane, in particolare sulla Cronaca Bizantina e raccontano con maestria il clima culturale  e il respiro del decadentismo.

Roma è diventata la capitale d’Italia, ma non è una metropoli che ha la dignità delle grandi capitali europee.   Anche se questi, gli anni in cui D’Annunzio  arriva a Roma e comincia la sua avventura   in quella che poi viene chiamata la Roma bizantina,  la Bisanzio di Roma, cioè una Roma decadente,   ma è anche una Roma che si sta modernizzando  attraverso speculazioni edilizie,  ingrandimenti urbanistici, il fatto che  comunque ha una vivace attività culturale.

Ci sono molti giornali, molte case editrici  ed è il palcoscenico sul quale D’Annunzio inizia la sua vita da protagonista,   non solo della letteratura, ma anche della scena,  della moda e in un certo senso anche del costume,   con già alcune tendenze politiche che si  manifestano soprattutto nella sua letteratura.

Il giovane Gabriele si innamora, ricambiato,  a 20 anni, naturalmente di una duchessa,   la giovanissima diciannovenne Maria Hardouin  di Gallese, di antica nobiltà, che fugge con lui,  per quello che verrà chiamato in una  poesia di D’Annunzio, Il peccato di maggio. Nei fastosi saloni di Palazzo D’Altemps, a un passo da piazza Navona,   Gabriele incontra la dicianovenne Maria  Hardouin di Gallese, figlia di Jules Hardouin,   un ex tenente francese giunto in Italia con le  truppe di Luigi Bonaparte. La ragazza è bella,

fragile, timida e sfacciata e incanta il giovane  D’Annunzio. Maria, anch’essa infatuata fin dai   primi incontri, capitola rapidamente, senza il  ritegno richiesto a una donna del suo rango,   tanto che il padre impedisce al poeta  di mettere piede nel palazzo. I due giovani scappano a Firenze, una fuga d’amore  organizzata ad arte, e tutti i giornali  avvertiti da D’Annunzio parlano dell’evento. Maria  rimane incinta e il matrimonio è inevitabile.

In settembre la coppia si trasferisce a Pescara,  nella Villa del Fuoco, dove rimane per oltre un anno,  fino al novembre del 1884. Per buona parte  di questo periodo D’Annunzio vive in una condizione   di esiliato e la vita domestica e familiare,  nonostante la nascita del primogenito Mario,   si rivela ben presto un’angusta prospettiva.

Gabriele aspetta l’opportunità di tornare nella capitale.  Opportunità che giunge in  autunno grazie all’aiuto della suocera,   la duchessa Natalia, che gli procura un lavoro  da redattore presso il quotidiano La Tribuna. D’Annunzio fa uno, due, tre figli, è ormai famoso,  ma non gli basta.

Lui vuole il grande successo, vuole mettere a frutto tutto quello che  ha imparato in questi anni romani. Ha capito che vuole scrivere un romanzo  e conquistare il mondo con un romanzo. La vita romana scorre fra avventure  editoriali, amori tanto travolgenti quanto brevi,  incontri e scontri sociali e culturali.

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