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27 anni dopo, la scomparsa di una coppia da una casa sulla spiaggia nel 1997 svela un SEGRETO

27 anni dopo la scomparsa di una coppia da una casa sulla spiaggia nel 1997 svela un segreto. Nel luglio del 1997 una giovane coppia italiana svanì nel nulla durante una vacanza negli Stati Uniti. Erano arrivati pochi giorni prima a Kill Devil Hills, una località balneare della Carolina del Nord, per trascorrere una settimana in una casa affittata sulla spiaggia.

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La loro automobile era ancora parcheggiata fuori, le valigie ben chiuse nella camera da letto, il frigorifero pieno, ma loro semplicemente spariti. Nessun segno di fuga, nessuna prova di violenza, soltanto il suono inquietante della doccia ancora aperta, come se qualcuno fosse appena uscito. L’unico oggetto mancante, lo specchio del bagno strappato dal muro, viti ancora intatte.

Da quel momento il silenzio, per 27 lunghi anni nessuno seppe nulla di Giulia e Matteo Lorusso. Io sono Tony e questo è I scomparsi d’Italia. Se sei nuovo sul canale ti invito a iscriverti adesso. Ogni settimana portiamo alla luce i casi più oscuri, intricati e inspiegabili di italiani svaniti nel tempo.

Oggi ripercorreremo una storia che ha dell’incredibile, un caso archiviato, dimenticato, che dopo quasi tre decenni ha svelato un segreto troppo grande per rimanere nascosto. La casa al numero 114 di Driftwood Lane fu nuovamente messa in affitto l’estate successiva. Era una tipica abitazione americana degli anni 90. in legno chiaro e su palafitte, con una vista diretta sull’oceano e una brezza che sembrava promettere solo serenità.

Nessuno, a parte qualche ospite particolarmente sensibile, segnalò nulla di strano. Alcuni se ne andarono in anticipo senza spiegazioni. Una donna nel 2003 disse di aver udito bisbigli provenire dalle condutture dell’aria. Un bambino nel 2010 rifiutò di dormire nella stanza principale, affermando che una ragazza lo osservava dallo specchio del bagno.

Nel marzo del 2024 la casa fu acquistata da Elena Moretti, una restauratrice di mobili di Firenze trasferitasi a Duram in Carolina del Nord. Dopo la morte della madre aveva deciso di investire l’eredità in quella casa vista mare per iniziare una nuova vita. Nessuna storia inquietante secondo l’agenzia, nessuna tragedia, solo pareti da riverniciare e impianti da sistemare.

Due settimane dopo il trasloco, mentre puliva le piastrelle della doccia nel bagno principale, Elena notò che una in particolare cedeva leggermente sotto la pressione della spugna. La superficie era fredda, liscia, ma cava. Colpita da un presentimento che le chiuse lo stomaco, posò la spugna, fece qualche foto e chiamò suo marito.

“Penso che ci sia un intercapedine nel muro” gli disse. Quando lui bussò sulle piastrelle, il suono era inequivocabile, vuoto. 30 minuti dopo, con cacciavite e martello, liberarono la piastrella sospetta, due strati di cartongesso deteriorato e infine un pannello di legno umido. Dietro un vano stretto, polveroso, alto poco meno di 2 m e profondo meno di uno.

Elena accese la torcia del cellulare e la fece scivolare all’interno. All’inizio vide solo vecchi chiodi e pezzi di isolamento termico. Poi, nell’angolo in basso a destra, la luce catturò un oggetto chiaro, una camicia da uomo, polverosa, scolorita, strappata lungo la cucitura laterale. Ma ciò che la fece davvero rabbrividire furono i graffi.

Lungo le assi del pavimento del vano c’erano decine di segni curvi, profondi, come se qualcuno avesse cercato disperatamente di uscire. Grattando, Elena non disse nulla, ma suo marito le posò una mano sulla spalla. Quello sembra sangue. Lei non rispose, guardava qualcosa brillare nell’ombra, una catenina d’oro con un piccolo cuore inciso con le lettere GL.

La raccolse con mani tremanti. Questo non è un ripostiglio sussurrò. Qualcuno era lì dentro. Due ore dopo la casa era circondata da auto della polizia. Il detective Marcus Rivera, un veterano dei Cold case della contea di Kuratuk, entrò nel bagno con due agenti della scientifica. Era un uomo di poche parole e occhi pesanti, abituato a vedere il peggio dell’animo umano.

Quando vide la cavità e gli oggetti al suo interno, pronunciò solo un nome, casolo russo. Elena, ancora vestita da lavoro, si fece avanti con le braccia incrociate. Che caso? Rivera si voltò, una coppia italiana, in viaggio di nozze, scomparsi nel 1997 da questa casa. La macchina era fuori, le valigie dentro. La doccia accesa, Elena inghiottì a vuoto.

E cosa è successo loro? Rivera fece spallucce. È questo il punto. Nessun segno di fuga, nessuna prova di reato. Scomparsi, ma ora estrasse un sacchetto trasparente dal giubbotto. Questo braccialetto era nel rapporto originale, lo indossava Giulia la sera in cui sparì. Dietro di lei suo marito apparve in silenzio.

Il volto pallido. E adesso chiese. Rivera osservò l’apertura nel muro, poi tornò a guardare il braccialetto. Adesso scaviamo. Se c’è del sangue là dentro e se quello spazio non è mai stato toccato, questa casa è una scena del crimine. Rivera si inginocchiò davanti alla cavità appena aperta. Fece segno a uno degli agenti della scientifica di scansionare le pareti circostanti con la termocamera.

Voleva sapere se c’erano altri vuoti, altri spazi nascosti, un secondo vano, magari dietro un’altra parete. Il tecnico puntò lo scanner e osservò il tablet. Dopo pochi minuti annuì con gravità. “C’è un’altra cavità”, disse. “Questa parete qui dietro, stretta, verticale, alta circa 1,5, 20 cm di larghezza”. Rivera si voltò lentamente verso Elena.

Avete mai fatto lavori in questa parte del bagno? Lei scosse la testa. La casa è come l’abbiamo trovata all’asta. Il detective si rialzò. Mi serve una microcamera e un trapano. Ora gli agenti si misero subito al lavoro. In pochi minuti praticarono un foro tra le piastrelle azzurre, poco sopra l’area dove avevano trovato il braccialetto.

La fibra ottica venne introdotta nel muro. Le immagini iniziarono a scorrere sul tablet. Pareti rosa, bordi sfaldati, un materasso a terra, un piccolo specchio inclinato e peluche. Lungo il battiscopa, ordinati come se qualcuno li avesse messi lì con cura, c’erano pupazzi impolverati. Era una stanza, una stanza segreta costruita dentro il muro, una stanza per una bambina. Elena rimase in silenzio.

Rivera invece ordinò a voce bassa: “Questa parete va rimossa con attenzione. Se tutto quello che vediamo è autentico, abbiamo appena trovato una prigione costruita su misura”. Si voltò verso Elena e suo marito. Devo chiedervi di lasciare la casa. Vi troveremo un alloggio temporaneo. Lo Stato vi rimborserà tutto.

Elena non oppose resistenza, guardava fissa l’immagine del tablet. Quella è una cameretta, chiese con voce sottile. Rivera annuì. Sì, e questo è ancora il caso Lorusso. Mentre la polizia sigillava la casa, Elena e suo marito si allontanarono lungo le dune. Il vento portava con sé l’odore salmastro del mare e altro, un retrogusto metallico, come ruggine o sangue secco.

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