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Come Un Soldato Italiano Usò Un Chiodo Arrugginito Per Uccidere 4 Tedeschi a 510 Metri

Monte Cassino, 18 gennaio 1944 ore 047. Il sergente Paolo Martelli tremava nel suo rifugio di pietra, non per il freddo che penetrava le ossa, ma per ciò che aveva appena scoperto. Il suo fucile carcano era inutilizzabile, il percussore rotto, il mirino storto dopo giorni di bombardamenti. Eppure, attraverso la nebbia dell’alba, quattro ufficiali tedeschi stavano pianificando l’attacco che avrebbe spazzato via la sua unità.

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Distanza 510 m, tempo disponibile forse 20 minuti. E Paolo aveva solo un chiodo arrugginito trovato tra le macerie. Monte Cassino si ergeva come una sentinella spezzata contro il cielo plumbeo di gennaio. L’abbazia millenaria, ridotta a un guscio fumante, dominava ancora la valle dove si decideva il destino d’Italia. Paolo Martelli, 28 anni, nativo di Cassino stessa, conosceva ogni pietra, ogni sentiero di quella montagna che ora era diventata il suo cimitero o la sua salvezza.

Da 47 giorni la sua unità, ciò che ne restava, resisteva in quella posizione impossibile. Dei 32 uomini del plotone originale ne rimanevano sette. Sette italiani ostinati che si rifiutavano di ritirarsi, di lasciare che i tedeschi consolidassero quella posizione strategica che controllava la Via Casilina, l’unica strada per Roma. Il problema non era il coraggio.

Dio sa che ne avevano dimostrato abbastanza. Il problema era la matematica brutale della guerra. Loro avevano munizioni per forse altre 24 ore. I tedeschi ne avevano infinite. Loro avevano due fucili funzionanti per sette uomini. I tedeschi avevano artiglieria pesante. Loro avevano fame. L’ultimo pasto risaliva a due giorni prima, pane ammuffito, diviso in sette.

I tedeschi ricevevano rifornimenti regolari attraverso le linee. Eppure Paolo aveva un vantaggio che nessun generale tedesco avrebbe mai compreso. Conosceva ogni roccia di questa montagna perché ci aveva giocato da bambino. sapeva dove il vento soffiava più forte, dove l’eco tradiva le voci, dove un uomo potente appostare senza essere visto e sapeva soprattutto che a esattamente 510 m dalla loro posizione c’era un crinale dove gli ufficiali tedeschi si riunivano ogni mattina all’alba per pianificare l’assalto del giorno. Aveva osservati

per settimane attraverso il binocolo fratturato che aveva recuperato da un carro armato distrutto. quattro ufficiali, puntuali come orologi svizzeri, il comandante di battaglione, riconoscibile dalle Mostrine Rosse, e i suoi tre capitani. Discutevano tattiche, studiavano mappe, fumavano sigarette mentre decidevano come spazzare via gli ultimi difensori italiani che osavano resistere.

Quella mattina, mentre controllava il suo fucile Carcano modello 91, Paolo sentì il cuore fermarsi. Il percussore era inclinato, probabilmente dall’ultimo bombardamento che aveva fatto tremare la montagna come un terremoto. L’aveva controllato la sera prima ed era integro, ma il freddo notturno, scendendo a men10° aveva completato il lavoro che le schegge avevano iniziato.

Il metallo fragile si era spezzato completamente. “Madonna santa”, mormorò la voce che si perdeva nel vento gelido che spazzava il crinale. Carlo, il più giovane della squadra, 19 anni, occhi ancora troppo innocenti per tutto l’orrore che avevano visto, si avvicinò strisciando. Sergente, che succede? Paolo gli mostrò il fucile aperto.

Il percussore era chiaramente spezzato in due pezzi. Senza quello il fucile era inutile quanto una pietra. Certo, avevano altri due fucili funzionanti, ma quelli erano già assegnati ai loro migliori tiratori per coprire il sentiero principale. “Dovremmo passare la tua posizione a Tommaso”, suggerì Carlo riferendosi all’altro tiratore esperto della squadra.

“No, disse Paolo, la mente che già correva. Tommaso sta coprendo il fianco a est. Se lo spostiamo, lasciamo un varco. I tedeschi potrebbero aggirare attraverso il burrone. Allora cosa facciamo? Quegli ufficiali si riuniranno tra meno di mezz’ora. Se non li fermiamo oggi, pianificheranno l’assalto finale. Siamo troppo pochi per resistere a un attacco coordinato. Paolo lo sapeva.

Negli ultimi giorni aveva visto il pattern. Ogni volta che quegli ufficiali si riunivano all’alba, entro il pomeriggio arrivava un attacco massiccio. Studiavano il terreno, identificavano punti deboli, coordinavano artiglieria e fanteria con precisione prussiana e ogni volta la difesa italiana si faceva più sottile e più disperata.

Se quegli ufficiali avessero completato la loro pianificazione quella mattina, entro sera non ci sarebbe stata più resistenza italiana su Montecassino. La strada per Roma sarebbe stata aperta e Roma, Roma affamata, Roma occupata, Roma che ancora sperava nella liberazione, sarebbe rimasta in mani nemiche per Dio solo sa quanto tempo.

Paolo si alzò guardando attraverso la nebbia verso il crinale dove tra poco si sarebbero riuniti i tedeschi. 510 m, una distanza impossibile in condizioni normali, figuriamoci con un fucile rotto, con la fame che faceva tremare le mani, con il vento che soffiava a raffiche irregolari. Fu allora che lo vide. Tra le macerie di quello che era stato un deposito di munizioni, mezzo sepolto nella cenere e nella neve sporca, c’era un chiodo, non un chiodo qualsiasi, era lungo, massiccio, del tipo usato nelle traversine ferroviarie, arrugginito

certamente, ma dritto e abbastanza pesante da Cristo santo”, sussurrò Paolo. L’idea che si formava nella sua mente era così folle che quasi rise, quasi. Ma la follia, aveva imparato in quelle settimane infernali, era spesso l’unica risposta razionale all’impossibile. Paolo Martelli non era un ingegnere, era un maestro elementare di Cassino che aveva insegnato aritmetica e grammatica a bambini che ora erano dispersi per l’Italia, sfollati, forse morti.

Ma suo padre era stato un armaiolo e Paolo aveva passato l’infanzia nell’officina paterna imparando la meccanica intima delle armi da fuoco. “Un fucile”, aveva spiegato suo padre mentre puliva un vecchio Vetterly, “È essenzialmente un’esplosione controllata. La cartuccia contiene polvere che, quando innescata dal percussore, esplode spingendo il proiettile attraverso la canna rigata.

La rigatura, quelle scanalature elicoidali all’interno della canna, imprime al proiettile una rotazione che lo stabilizza in volo, permettendogli di mantenere la traiettoria per centinaia di metri. Il problema di Paolo era semplice nella sua terribilità. Aveva la canna rigata, aveva le cartucce, ma non aveva il percussore per innescare l’esplosione e senza percussore aveva solo un tubo di metallo inutile.

O forse no. si inginocchiò accanto al chiodo studiandolo con l’intensità di un chirurgo che esamina un paziente critico. Era lungo circa 15 cm con la testa larga e piatta. L’acciaio era ossidato, ma quando lo pulì con la manica della giacca sotto la ruggine superficiale il metallo sembrava ancora solido.

Sergente, state impazzendo Carlo lo guardava con preoccupazione, mista a qualcosa che assomigliava a terrore. State pensando di usare quel chiodo come cosa? come proiettile. No, disse Paolo, la voce calma nonostante il cuore che martellava, come percussore sostitutivo. L’idea era folle, ma tecnicamente possibile.

Il percussore originale del Carcano era essenzialmente un’asta metallica affilata che, quando colpita dal grilletto, impattava l’innesco della cartuccia con forza sufficiente a provocare l’esplosione, se Paolo riusciva a posizionare il chiodo esattamente dove avrebbe dovuto essere il percussore e trovava un modo per colpirlo con forza sufficiente.

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