Posted in

Deridevano il suo ‘ECONOMICO’ Carcano — Finché non uccise 15 cecchini britannici in 3 giorni

Primavera 1944, fronte di Cassino. Mentre gli alleati avanzavano verso Roma, i cecchini britannici dominavano le colline, invisibili, letali, invincibili. Nessuno osava sfidarli. Ma un uomo, un ex guardiacaccia siciliano con un fucile deriso come spazzatura da quattro soldi stava per riscrivere le regole del gioco.

"
"

In tre giorni 15 dei migliori tiratori dell’Impero Britannico caddero uno dopo l’altro senza preavviso. E chi era quest’uomo e come riuscì a trasformare un’arma considerata obsoleta nella più temuta del fronte italiano? 22 marzo 1944, ore 04:37, Monti Aurunci, settore sud di Cassino. Il  freddo penetrava le ossa.

Giuseppe Torrisi, 34 anni, occhi color ambra che sembravano leggere le montagne come pagine di un libro, stringeva il suo Carcano M9138 con la stessa delicatezza con cui un tempo accarezzava i fucili da caccia nelle foreste dell’Etna. L’odore di polvere da sparo si mescolava al profumo acre di terra bagnata e cadaveri sepolti male.

La nebbia avvolgeva le trincee italiane come un sudario. Dal basso il rombo intermittente dell’artiglieria alleata scuoteva le rocce. Ogni esplosione era un promemoria. L’Italia stava perdendo ancora. Il carcano giaceva sul parapetto della trincea, lucidato con cura ossessiva. Giuseppe lo aveva ereditato da suo padre, partigiano della Grande Guerra.

L’arma era vecchia, pesante, con un meccanismo a otturatore che richiedeva forza nelle dita, ma Giuseppe la conosceva come conosceva le vene sulle mani di sua madre. Ogni millimetro di quel fucile raccontava una storia. Il calcio graffiato da anni di servizio, la canna leggermente ossidata, ma perfettamente calibrata, il mirino consumato ma ancora preciso.

Era un’arma che gli ufficiali tedeschi deridevano apertamente. Antiquato, dicevano, inadeguato per guerra moderna. I soldati italiani stessi la chiamavano il ferro vecchio, ma nelle colline che separavano Cassino da Roma un’altra arma dominava il campo. I cecchini britannici. Erano fantasmi mortali che operavano con una precisione chirurgica.

Ogni mattina, quando la nebbia si alzava, qualcuno moriva. Un soldato italiano che accendeva una sigaretta, un ufficiale tedesco che consultava una mappa, un messaggero che attraversava troppo velocemente uno spazio aperto, un colpo, silenzio, morte. Le statistiche erano brutali. Nelle ultime tre settimane 172 soldati dell’asse erano caduti per mano di cecchini, non in combattimento aperto, ma assassinati da distanze che sembravano impossibili, 300, 400 500 m, colpi che arrivavano da posizioni che nessuno riusciva a localizzare. Giuseppe

aveva osservato tutto questo con crescente frustrazione. era nato tra le montagne siciliane, cresciuto cacciando cinghiali e cervi con suo padre. Sapeva leggere il vento, calcolare traiettorie istintivamente, sentire la distanza attraverso il suono e il movimento dell’aria. Prima della guerra era considerato il miglior tiratore della provincia di Catania, ma qui sul fronte il suo talento era ignorato.

Gli ufficiali tedeschi che controllavano le operazioni non si fidavano degli italiani. Cecchini ridevano. Gli italiani non hanno né l’addestramento né l’equipaggiamento. Lasciate fare ai professionisti. Ma Giuseppe vedeva qualcosa che i tedeschi non capivano. I cecchini britannici seguivano pattern prevedibili, si posizionavano sempre sulle alture dominanti, sparavano sempre nelle prime ore del mattino, quando la luce era migliore, ma l’ombra ancora copriva i loro nascondigli.

cambiavano posizione seguendo percorsi logici, passando da crinale a crinale. Giuseppe aveva annotato tutto in un quaderno consumato, orari, direzioni dei colpi, tempi di reazione e aveva mappato mentalmente ogni possibile posizione di tiro nell’arco di 2 km e aveva concluso una cosa. Questi britannici erano bravissimi, ma erano anche arroganti.

Il problema era che nessuno lo ascoltava. Il comandante tedesco del settore Hauptman Klaus Reinhart aveva respinto le sue richieste di autorizzazione per operazioni di controcecchinaggio con quel catenaccio arrugginito aveva riso indicando il Carcano. Torrisi. Gli inglesi hanno Lee Enfield calibro 303. Mirini ottici tedeschi catturati, addestramento da Royal Marines.

Tu hai un fucile che mio nonno userebbe per sparare piccioni, non sprecare munizioni. Ma quella mattina qualcosa cambiò. Un giovane soldato italiano, 19 anni, di nome Marco Vitale, originario di un paesino vicino Napoli, era stato colpito alla testa mentre distribuiva razioni. La pallottola lo aveva preso mentre sorrideva.

raccontando una barzelletta ai compagni. Il suo corpo era ancora caldo quando Giuseppe arrivò. Il ragazzo stringeva ancora un pezzo di pane nella mano sinistra. Giuseppe si inginocchiò accanto a lui, chiuse quegli occhi vitrei e sentì qualcosa spezzarsi dentro. Quel ragazzo gli ricordava suo fratello minore, morto in Grecia nel 40.

Stesso sorriso ingenuo, stessa fiducia che tutto sarebbe andato bene. Giuseppe si alzò, prese il suo carcano e andò dal Hauptman Reinart. Non chiese permesso questa volta. “Mi conceda tre giorni” disse con voce calma inflessibile. “Tre giorni per cacciare questi bastardi! Se fallisco, potete fucilarmi per insubordinazione, ma se riesco promettete di non chiamare mai più questo fucile ferro vecchio.

Il tedesco lo guardò con una miscela di curiosità e disprezzo. Tre giorni acconsentì infine, più per divertimento che per convinzione, ma se fallisci, Torrisi, ti mando a spalare latrine fino alla fine della guerra. Giuseppe non rispose, prese il suo fucile, 150 cartucce, tutto ciò che poteva permettersi e sparì nelle colline.

Conosceva un rifugio, una grotta naturale a metà strada tra le linee, nascosta da rocce e vegetazione fitta. Da lì poteva osservare il settore britannico senza essere visto. Portò con sé solo l’essenziale: acqua, pane secco, binocolo catturato a un ufficiale britannico morto e il suo quaderno di osservazioni.

Mentre si arrampicava nella notte sotto un cielo senza luna, pensò a sua madre in Sicilia. Le aveva promesso che sarebbe tornato e tornare significava sopravvivere e sopravvivere significava uccidere. 23 marzo 1944, ore 0511. Grotta di osservazione, 847 m sul livello del mare. Giuseppe non aveva dormito, aveva passato tutta la notte a osservare attraverso il binocolo, memorizzando ogni dettaglio del terreno britannico.

Le loro trincee erano organizzate con precisione militare, linee parallele scavate nella roccia, postazioni fortificate con sacchi di sabbia, camminamenti coperti, ma aveva notato qualcosa di cruciale, tre posizioni elevate perfette per un cecchino, una roccia piatta a nordest, un albero caduto a ovest e una cresta esposta a sud.

Tutti offrirono visuale eccellente sulle linee italiane. Tutti erano parzialmente coperti dalla vegetazione e tutti erano accessibili attraverso percorsi che un cecchino esperto avrebbe usato. Alle 05:43 vide il primo movimento. Una figura scura si muoveva lungo un sentiero lentamente con cautela professionale. portava un fucile lungo, probabilmente un Lee Enfield con mirino ottico e si dirigeva verso la roccia piatta.

Read More