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(ITALIA, 1991) LA BRUTALE GUERRA DI MAFIA CHE HA DISTRUTTO 1.000 UOMINI!

Immagina di svegliarti una mattina qualunque, aprire la finestra e vedere un uomo steso sul marciapiede con più di 20 colpi di pistola in corpo. Non era uno sconosciuto, era il tuo capo, l’uomo più potente della tua città, quello che tutti temevano. Era il 23 aprile 1981 a Palermo, in Sicilia, e quel giorno il mondo della mafia non sarebbe mai più stato lo stesso.

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era iniziata una guerra e non sarebbe finita finché più di 1000 uomini fossero morti. Non stiamo parlando di un conflitto tra paesi né di una battaglia combattuta in campo aperto. Stiamo parlando di una guerra combattuta nei vicoli bui di Palermo, sulle strade polverose della Sicilia, negli appartamenti di famiglie che nemmeno sapevano di essere nel mirino.

Una guerra in cui il nemico usava lo stesso codice, parlava la stessa lingua e sedeva alla stessa tavola con te la domenica a pranzo. era la cosa nostra che divorava se stessa. Quello che vedrai in questo video non è finzione, non è una serie Netflix, non è una sceneggiatura cinematografica, sono fatti documentati, testimonianze di sopravvissuti, verbali di polizia e racconti di chi è stato dentro questa macchina di morte ed è uscito vivo per raccontarlo.

Ogni nome che pronunceremo è esistito davvero. Ogni morte che descriveremo è avvenuta davvero. E la cosa più spaventosa è che tutto questo è successo alla luce del sole, in un’Italia che fingeva di non vedere. Prima di continuare, se non sei ancora iscritto a questo canale, clicca ora sul pulsante iscriviti e attiva la campanella.

Qui approfondiamo la storia vera della mafia italiana, senza filtri e senza romanticismi.  E se questo video ti prenderà dall’inizio alla fine, lascia un like. Perché aiuta tantissimo il canale a raggiungere più persone. Ora entriamo a testa bassa in questa storia. Per capire la grande guerra di mafia, devi capire come funzionava la cosa nostra prima che iniziasse.

Era un’organizzazione con regole rigide, gerarchia chiara e un codice d’onore che, per quanto assurdo possa sembrare, manteneva una specie di ordine all’interno del crimine. C’erano famiglie che controllavano territori specifici, capi che si rispettavano a vicenda e una cupola chiamata commissione che risolveva le dispute. Era un mondo brutale, sì, ma con confini definiti.

Al vertice di questa gerarchia c’erano le famiglie tradizionali di Palermo, i cosiddetti  capi storici. Stefano Bontade, capo della famiglia di Santa Maria di Gesù, era considerato uno degli uomini più influenti di tutta la Sicilia. Elegante,  eloquente, ben introdotto in politica, era il tipo di mafioso che cenava con politici e imprenditori.

Salvatore Inzerillo, della famiglia di Passo  di Rigano, era un altro gigante, ricco grazie al traffico di eroina e  rispettato da tutti all’interno dell’organizzazione. Ma c’era una famiglia  che non accettava questo equilibrio. Proven Corleone, una piccola città nell’entroterra siciliano, i cosiddetti corleonesi guardavano Palermo con disprezzo e ambizione.

L’uomo che guidava questo gruppo non aveva l’eleganza di Bontade né il fascino di Inzerillo. Era rozzo, paranoico, spietato e estremamente intelligente. Il suo nome era Salvatore Riina. Ma tutti lo conoscevano con il soprannome di Totò Ukurtu, Totò il basso. E lui  voleva tutto.

La Sicilia di allora non era un luogo qualunque, era un’isola segnata da secoli di dominazioni straniere,  povertà strutturale e uno stato che arrivava sempre in ritardo o non arrivava mai. In questo  vuoto la mafia non nacque come un mostro, ma come un’alternativa. risolveva dispute,  proteggeva affari, distribuiva favori e fu in questo terreno fertile di abbandono e sfiducia nel potere ufficiale che la Cosa Nostra mise radici così profonde che nessun governo riuscì mai a estirparle del tutto. All’interno della

Cosa Nostra esisteva un rituale di ingresso che nessun membro dimenticava mai. L’uomo veniva portato in una riunione segreta, gli pungevano il dito, facevano cadere il sangue su un’immagine di santo  e quella immagine veniva bruciata tra le sue mani. Mentre teneva in mano la carta in fiamme, recitava un giuramento.

Che la mia carne bruci come questa carta,  se tradirò la cosa nostra. Era un patto con il sangue, con il dolore e con la morte. Chi entrava sapeva che l’unica uscita era dentro una bara. Rina era arrivato a Palermo negli anni 60 come latitante.  Aveva un mandato di cattura sulle spalle fin dagli anni 50, quando aveva ucciso il suo primo uomo ancora giovane, ma invece di nascondersi davvero aveva tessuto con pazienza inquietante la sua rete di influenza all’interno della Cosa Nostra. si era sposato in segreto. Aveva

avuto figli che erano cresciuti senza sapere il cognome del padre e aveva occupato spazi nell’organizzazione un passo alla volta. Il punto di svolta fu il traffico di eroina. Negli anni 70 la Sicilia divenne uno dei maggiori centri di raffinazione e distribuzione di eroina verso gli Stati Uniti. I soldi che arrivavano erano enormi e i corleonesi, che avevano i  contatti giusti con i fornitori in Medio Oriente e i distributori a New York volevano una fetta più grande, ma le famiglie tradizionali di Palermo

controllavano le rotte e non erano disposte  a dividerle. Questa tensione fu il carburante che incendiò tutto. Riina cominciò ad agire in modo furtivo.  Fece eliminare rivali all’interno della stessa famiglia di Corleone che potevano mettere in discussione la sua leadership. Creò alleanze con altre famiglie minori che si sentivano escluse dal potere palermitano.

Infiltrò informatori nelle famiglie nemiche. Quando arrivò il momento di agire, sapeva esattamente dove colpire, chi si trovava dove  e chi avrebbe potuto reagire. Era una pianificazione quasi militare,  eseguita da un uomo che non aveva mai messo piede in un’accademia. Uno degli alleati più stretti di Riina in quel periodo  fu Bernardo Provenzano, conosciuto come Utratturi, il trattore, perché così eliminava gli ostacoli.

Dove Riina era impulsivo e brutale nell’esecuzione,  Provenzano era calcolatore e discreto. I due si completavano in modo devastante. Mentre Riina ordinava le morti, Provenzano costruiva le alleanze politiche e imprenditoriali che permettevano  ai soldi di circolare senza destare sospetti. Era la combinazione perfetta tra spada e  scudo.

Un altro nome fondamentale in questa ascesa fu Leoluca Bagarella, cognato di Riina e uno degli uomini più violenti della Cosa Nostra. Bagarella non aveva pazienza per la strategia. Per lui il problema si risolveva con un proiettile e prima  era, meglio era. Fu l’esecutore di molti degli omicidi più emblematici del periodo,  inclusi alcuni che scioccarono perfino i mafiosi più induriti della stessa organizzazione.

C’era una brutalità in Bagarella  che persino i veterani trovavano eccessiva e questo dice molto sul livello di violenza di quel tempo. Nel marzo del 1981  Rina convocò una riunione della commissione. Il tema ufficiale era risolvere una disputa territoriale, ma  Bontade, che aveva informatori ovunque, seppe che si trattava di una trappola.

Ci andò comunque, forse per arroganza, forse perché ritirarsi avrebbe significato ammettere debolezza. La riunione si concluse senza spargimenti di sangue, ma con una tensione tagliente. Bontade uscì sapendo che l’attacco sarebbe arrivato presto. Aveva ragione, ma non immaginava quanto velocemente.

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