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MOANA POZZI: QUELLA VERITÀ CHE LA FAMIGLIA HA NASCOSTO PER 27 ANNI

Roma 1991, Palazzo Montecitorio, cuore della democrazia italiana. Una donna bionda sale alla tribuna, indossa un taille versace color avorio, una collana di perle le accarezza il collo, i tacchi ferragamo risuonano sul marmo antico, si ferma davanti al microfono, sistema i fogli, alza lo sguardo.

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630 deputati la osservano dai loro scranni. Abiti sartoriali, cravatte di seta, gemelli d’oro la fissano con un misto di curiosità e disagio, perché tutti loro sanno chi è questa donna. Tutti hanno visto il suo corpo nudo in fotografie patinate o su schermi tremolanti, molti più di una volta, alcuni in compagnia delle mogli Ignare e adesso lei è qui a chiedere conto della riforma fiscale.

Il suo nome è Moana Pozzi, attrice di film per adulti, la più celebre d’Italia, forse d’Europa, e da oggi candidata al Parlamento della Repubblica. Comincia a parlare, la voce ferma, modulata, quasi ipnotica, cita articoli di legge, percentuali di evasione, confronti con altri paesi europei. Non legge, sa tutto a memoria.

Gli argomenti sono precisi, documentati, impossibili da contestare. Un mormorio attraversa l’emiciclo. In fondo alla sala un deputato democristiano si sporge verso il collega, gli sussurra qualcosa. Entrambi abbassano gli occhi, sanno quello che tutti sanno. Questa donna ha frequentato le loro feste private, ha visto cose che i verbali parlamentari non registreranno mai.

paradosso è perfetto, quasi doloroso, come è arrivata fin qui, come ha fatto la figlia di un ingegnere nucleare, nipote di un sacerdote cattolico, diplomata al conservatorio di chitarra classica, a diventare il volto più scandaloso del paese, perché ha scelto questa strada, ammesso che sia stata una scelta, è soprattutto perché morirà fra 3 anni a 33 anni in una clinica straniera portando nella tomba segreti che avrebbero potuto far tremare i palazzi del potere.

Per trovare le risposte bisogna tornare indietro nel tempo. Bisogna attraversare l’Italia da sud a nord fino a una città di mare e di misteri. Bisogna andare a Genova. La città dei navigatori e dei segreti accolse Anna Moana. Rosa Pozzi il 27 aprile 1961. Era una giornata di primavera come tante altre. Il porto brulicava di attività, le navi scaricavano merci da tutto il Mediterraneo, l’odore di salsedine si mescolava a quello dei vicoli antichi.

Genova era ancora la superba, la città che aveva dominato i mari, anche se ormai quel dominio apparteneva ai libri di storia. La famiglia Pozzi abitava in un quartiere della buona borghesia, una di quelle case dove i libri occupavano intere pareti, dove si parlava a voce bassa, dove la domenica significava messa al mattino e pranzo coi parenti al pomeriggio.

Il padre Enzo Pozzi era ingegnere nucleare, un uomo di scienza, di calcoli, di certezze misurabili. parlava poco, osservava molto, credeva che i problemi andassero risolti con metodo, non con le emozioni. La madre era casalinga, gestiva la casa con quella dedizione silenziosa tipica delle donne della sua generazione.

La fede cattolica era il pilastro della sua esistenza. Rosario ogni sera, confessione ogni settimana, comunione ogni domenica. C’era anche uno zio paterno, sacerdote, un uomo mite e colto che vedeva in quella nipotina qualcosa di speciale. Forse riconosceva in lei la stessa fame di assoluto che lo aveva portato a prendere i voti.

Solo che Anna, crescendo avrebbe cercato risposte in direzioni molto diverse e poi c’era una sorella minore. si sarebbe fatta chiamare Baby Pozzi anni dopo, quando avrebbe seguito le orme della maggiore in un’industria che nessuno in quella casa genovese avrebbe mai potuto immaginare. Anna crebbe alta, altissima per gli standard dell’epoca, avrebbe raggiunto il 1 e78 m, ma non era solo l’altezza a distinguerla.

C’era qualcosa nei suoi occhi verdi, una luce inquieta che suggeriva pensieri troppo grandi per la sua età. A 6 anni la iscrissero al conservatorio, chitarra classica. Per i successivi 6 anni le sue dita corsero sulle corde con disciplina e talento. I professori la lodavano, i genitori erano orgogliosi.

Sembrava l’inizio di una carriera rispettabile, ma Anna non era fatta per la rispettabilità. Le prime crepe apparvero durante l’adolescenza. A 14 anni, senza preavviso, smise di confessarsi, entrò nel confessionale, guardò la grata che la separava dal prete e uscì senza dire una parola. Non ci sarebbe mai più tornata. La madre pianse, pregò, accese candele alla Madonna.

Il padre tacque, com’era suo costume. Lo zio sacerdote tentò di parlare con la nipote, ma lei si limitò a scuotere la testa. Non era ribellione adolescenziale, era qualcosa di più profondo, una decisione presa nel silenzio della coscienza, impossibile da spiegare a chi non l’avrebbe capita, ma il vero terremoto doveva ancora arrivare.

1979, Anna a 17 anni e primavera la stessa stagione in cui era nata. Gli alberi fioriscono nei parchi di Genova, l’aria sa di mare e di promesse, ma dentro quella casa burghese sta per scoppiare una tempesta. Anna è incinta. Chi sia il padre non lo dirà mai, non allora, non dopo, non in punto di morte. Forse un compagno di scuola, forse qualcuno più grande, forse qualcuno che non avrebbe dovuto toccarla.

La verità morirà con lei decenni più tardi in una clinica francese. Quello che sappiamo è come reagì la famiglia. Ci fu una riunione, probabilmente in salotto con le persiane socchiuse per tenere fuori la luce e gli sguardi dei vicini. Il padre, la madre, forse lo zio prete. E Anna col ventre che appena cominciava a curvarsi.

L’aborto non era un’opzione, non per quella famiglia, non in quell’Italia. La Chiesa lo proiba, la legge lo aveva appena legalizzato, ma lo stigma restava fortissimo. E poi c’era l’onore, quella parola antica che in certe famiglie pesava più della felicità. La decisione fu presa in fretta, o almeno così sembrò. In realtà costò lacrime, preghiere, notti insonni, rosari sgranati nel buio.

Il bambino sarebbe nato, lo avrebbero chiamato Simone e sarebbe stato cresciuto come il figlio più piccolo di Enzo e di sua moglie, il fratellino di Anna. Nessuno avrebbe mai saputo la verità. La gravidanza fu nascosta con le bugie che le famiglie per bene sapevano raccontare così bene. Un viaggio dalla zia, un periodo di riposo per motivi di salute.

Anna scomparve per mesi dalla vita sociale genovese e quando tornò era come se nulla fosse successo. Simone nacque sano e bello. Aveva qualcosa di Anna negli occhi, ma nessuno lo fece notare. Forse tutti lo notarono e fecero finta di niente. Anna riprese la scuola, si diplomò col massimo dei voti. Parlava quattro lingue: italiano, inglese, francese, tedesco.

Leggeva Sartre e Simone De Beauvoirin originale. Era brillante, colta, destinata a grandi cose, ma ogni volta che guardava quel bambino che tutti chiamavano suo fratello, qualcosa le si spezzava dentro. Ogni volta che lo sentiva chiamare mamma la donna che l’aveva partorita, sentiva il peso di una bugia che avrebbe portato per sempre.

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